PERCHE' LA SESSUALITA' E' SPESSO INSODDISFACENTE?
Il sesso dovrebbe essere un po’ come la pizza, piacere a tutti, invece non sempre è così.
Anzi, negli ultimi anni stiamo assistendo ad un aumento dell’insoddisfazione sessuale.
A cosa è dovuto tutto ciò?

Andiamo subito al dunque, la sessualità spesso non viene vissuta in maniera soddisfacente perchè, nonostante sia qualcosa di naturale, divertente, piacevole, magico, pensieri, convinzioni, tabù impediscono di raggiungere un totale appagamento. Questi possono costituire dei veri e propri freni alla soddisfazione sessuale.
Nel mio lavoro posso vedere spesso come, il semplice parlare di sessualità crei imbarazzo, vergogna e questo accade perché l’educazione, così come aspetti socio-culturali, ci hanno portato a strutturare la convinzione che la sessualità sia un vizio, un qualcosa di “sporco” e trasgressivo, se agita non per fini procreativi. Sono convinzioni queste che hanno una lunga storia, arrivano da lontano, ma purtroppo sono ancora presenti ai giorni nostri.
Se è vero che per la sessualità canonica c’è maggior accettazione, non possiamo dirlo però per la sessualità che esce dagli schemi, quella non vanilla per intenderci. Vi è forte giudizio infatti verso questo tipo di sessualità e questo pesa su tutte le persone che si sentono più vicine alla sessualità kinky o al bdsm, ad esempio.
È da qui che nasce la paura di fare qualcosa di diverso, dal giudizio. Nonostante sia ormai obsoleto infatti, si utilizza ancora il termine perversioni, termine che ha una forte valenza giudicante.
Un altro grande problema che porta a non viversi in maniera soddisfacente la sessualità, è il fatto che in molti casi viene vissuta come una performance e non come un’esperienza.
Questo inevitabilmente porta a strutturare ansia da prestazione, che, in modi diversi, riguarda sia l’uomo che la donna. Se per l’uomo riguarda aspetti come dimensioni e durata, per la donna invece è collegata all’aspetto fisico, alle forme corporee.
L’ansia da prestazione non permette di perdere il controllo, di lasciarsi andare, elementi che sono fondamentali nella sessualità. L’ansia in questo caso è nemica perché inibisce, e porta con sé una serie di paure e preoccupazioni che innescano un circolo vizioso e conducono alcune persone ad abbandonare la sessualità perché diviene qualcosa di preoccupante, di temuto.
Altre volte la mancata di soddisfazione sessuale è determinata dalla comunicazione, o meglio, dalla mancanza di comunicazione con il partner. Per molte persone risulta difficile dire che cosa piace all’interno della sessualità, o al contrario, che cosa non piace. Dimenticandoci che non sempre l’altro può saperlo. Questo non permette di raggiungere il totale soddisfacimento. È come se mangiassimo una pizza con degli ingredienti che non gradiamo. Per quanto si può amare la pizza, non ci soddisferà mai. Invece la comunicazione che riguarda la sessualità, può aiutare a migliorare l’intimità…ma anche la relazione stessa.
RELAZIONI SBAGLIATE (?)
Prova a ripensare a tutte le tue relazioni passate e finite.
Sicuramente ti verrà immediato pensare che quelle relazioni, per un motivo o per un altro, sono state sbagliate.
Ma è davvero così?
Seguimi in questa riflessione.
Ah, una premessa, in questo articolo non voglio parlare di relazioni tossiche, ma di quelle che reputiamo essere sbagliate, perché ad un certo punto l’amore finisce, o perché l’altra persona decide di prendere un’altra strada.

Ogni relazione ha una funzione. Una funzione che riguarda noi stessi più che l’altra persona.
Infatti attraverso le relazioni, di qualsiasi tipo esse siano, conosciamo noi stessi, cresciamo.
Ogni relazione ci insegna qualcosa e quindi, è utile.
Quando parliamo di relazioni di coppia, possiamo dire che l’obiettivo dell’amore è la conoscenza nostra e dell’altro.
Ogni volta che c’è questo, non possiamo considerare sbagliata una relazione.
La relazione è un’opportunità perché ci permette di fare un pezzo di strada insieme a quello specifico partner.
E questo essere insieme ci può dare molto, sopratutto alla luce del fatto che nell’altro cerchiamo sempre una parte di noi che non riusciamo a tirare fuori.
Ecco perché quando scegliamo un partner, inconsapevolmente ci leghiamo a qualcuno che ha una caratteristica che non abbiamo, ma vorremmo avere.
Quindi, anche quando la relazione non è esattamente come vorremmo, perché non ci sentiamo amati abbastanza, perché non c’è la condivisione che vorremmo e tutti i vari problemi che di solito si riscontrano nelle relazioni, è comunque utile. Il partner può aiutarci a capire qualcosa di più di noi anche quando è disfunzionale.
Altrimenti come potremmo scoprire gli schemi che mettiamo in atto, le nostre risorse, i nostri punti deboli? Serve necessariamente un’altra persona per capirlo.
Se ci pensate bene poi, ogni nostra relazione successiva ad una precedente, è sempre più strutturata e sana, e questo accade perché le altre sono servite come insegnamento.
Poi è vero che ci sono casi in cui non è così, anzi, è sempre peggio…ma questa è un’altra storia.
Ricordiamoci poi che nella nostra vita attraversiamo delle fasi, dei momenti, e in ognuna di queste ci troveremo sempre diversi e questo inevitabilmente ci avvicinerà a persone sempre diverse, con le quali creeremo relazioni sempre diverse.
Una bellissima frase di paolo Choelo dice: “ci sono persone per una ragione, per una stagione, e per la vita”.
Rapportando questo pensiero alle relazioni di coppia, possiamo dire che effettivamente ci sono dei partner nella nostra vita che sono per una stagione, per un periodo di tempo, che si adattano perfettamente ad una nostra fase di vita, ma poi quando arriva il cambiamento si prendono strade diverse.
Ci sono partner invece con i quali entriamo in relazione per una ragione, ma poi qualcosa può trasformarsi e allora diventano partner per la vita.
DOMANDE UTILI PER MOMENTI DIFFICILI
Ti è mai capitato di trovarti in un periodo difficile?
Dove le questioni da affrontare erano tante, così come anche le preoccupazioni?
La vita è fatta anche di momenti dove ci si trova in preda ai pensieri, alle emozioni disturbanti.
A volte si ha la percezione di essere all’interno di un labirinto senza via d’uscita e questo non fa che alimentare l’angoscia.
Per mettere da parte il malessere potrebbero essere sufficienti delle semplici domande che però sono di grande aiuto per valutare la situazione da un altro punto di vista.
Ovvio, si parla di domande mirate, che aiutano a far chiarezza anziché alimentare la confusione.

Vediamo insieme qualche domanda che potrebbe essere utile nei momenti di difficoltà.
Mi è utile?
Si sa, i pensieri spesso sono indomabili. Arrivano improvvisamente senza che nessuno li abbia interpellati. E quando arrivano occorre farci i conti.
Troppe volte siamo invasi da preoccupazioni per cose che sono possibili, ma non probabili, e quindi non è detto che succedano davvero.
Si crea così uno scenario anticipatorio, in alcuni casi anche catastrofico, rispetto a qualcosa che potrebbe anche non verificarsi mai. E questo porta via tempo ed energie. Non solo ma si innescano una serie di pensieri negativi che sono il risultato di quello iniziale.
Alcuni pensieri meritano attenzione, ma non tutti.
Occorre saper selezionare quelli che sono utili e quelli che al contrario sono una perdita di tempo.
Ogni volta che decidiamo di preoccuparci, di dare spazio ai pensieri che non ci sono utile, perdiamo qualcosa. Tutto questo ha un costo , in termini di tempo, energie, benessere.
Siamo noi stessi i primi a scegliere a quali pensieri dedicare attenzione e quali invece sono solo fonte di malessere e quindi, da evitare.
Quindi la domanda: mi è utile?
È ottima in tutti quei momenti nei quali ci si sente in preda a preoccupazioni, timori o ai dubbi. Ricordati di non lasciarti guidare dai tuoi pensieri, ma di sfruttare l’opportunità che hai di controllare i tuoi pensieri e di prendere le decisioni attraverso quegli stessi pensieri che hai scelto tu.
Come lo affronterei se avessi solo 5 mesi di vita?
Lo so, mi rendo conto che è una frase un po’ dura, ma questo ci aiuta a vedere le cose da una prospettiva differente.
Tendenzialmente siamo abituati ad adottare lo stesso punto di vista perché pensare in modo alternativo è complesso e la nostra mente, in ordine della semplicità e dell’economia, ci incentiva ad adottare un modo familiare di vedere le cose. Insomma, non ci è per nulla di aiuto.
Come lo affronteresti se avessi solo 5 mesi di vita?, è una domanda che ho preso in prestito da Shannon Alder, ed è molto utile per adottare un approccio diverso rispetto a ciò che ci accade. Troppe volte siamo mossi dal “fare la cosa giusta” e non dal “fare la cosa giusta per sé”, troppe volte ci preoccupiamo di quello che gli altri potrebbero pensare, ma così non siamo autentici, non siamo noi stessi.
Siamo veramente noi stessi quando nessuno ci guarda, quando non ci sentiamo giudicati dagli altri.
Chi voglio essere?
Questa è una domanda che può tornare utile quando ci si trova indecisi rispetto ad una decisione da prendere.
Le scelte di oggi influenzano il nostro futuro e determinano chi saremo.
Ponendo l’attenzione su chi vuoi essere, ti sarà più facile capire la scelta migliore di oggi per diventare chi desideri nel tuo domani.
Purtroppo siamo costantemente influenzati dai vari input che riceviamo nella nostra vita: la televisione, la famiglia, gli amici. Tutto questo può rendere ancora più complessa la presa di posizione, ma se si ha ben chiaro chi si desidera essere, risulterà tutto più semplice.
Abbi il coraggio di vivere la vita che vuoi tu e non quella che gli altri vogliono per te. Evita di lasciarti influenzare e di correre il rischio di scambiare un desiderio altrui per tuo.
Chi voglio essere, è una domanda che aiuta a mantenerti sul percorso giusto per raggiungere i tuoi obiettivi.
IL CONTROLLO CHE CI FA PERDERE IL CONTROLLO
“Una formica un giorno chiese ad un millepiedi:
<< Caro millepiedi, come fai a camminare così bene con tutti i tuoi mille piedi insieme? Come riesci a muoverli con armonia? Come riesci a controllare tutte le tue zampe contemporaneamente? >>
Il millepiedi cominciò a pensarci su e da quel momento non riuscì a camminare più”.
Questa storia è molto utile per capire il paradosso del controllo, ovvero: Il tentativo di controllare tutto, anche quello che non può essere controllato, conduce a perdere il controllo. Potrebbe sembrare paradossale, lo so, ma è così.

Spesso ci dimentichiamo che ci sono cose controllabili ed altre invece incontrollabili.
Per esempio arrossire, è una reazione sulla quale è pressoché impossibile intervenire ma può capitare che ci si sforzi di controllare questa reazione, fino arrivare di fatto, a perdere il controllo.
La vera forza nasce invece dalla consapevolezza di poterlo perdere.
Ciò che cerchiamo di controllare, finisce per controllarci.
Un po’ come quando sentiamo il desiderio di un bel gelato, ma ci rinunciamo per non mettere a repentaglio la linea…beh, spesso accade che per le ore successive si penserà a quel buon e fresco gelato finché, ci si ritroverà in gelateria a ordinare la coppetta formato famiglia.Questo è proprio il caso in cui il il desiderio di cibo che tentiamo di controllare, finisce per controllarci facendoci perdere il controllo sulla quantità ad esempio.
Gli esempi che si possono fare sono davvero tanti, anche perchè tendenzialmente siamo spinti a reiterare dei comportamenti disfunzionali e questa dinamica è determinata dalla paura o dalla rigidità mentale.
Perché la rigidità mentale è nostra nemica?
Adesso ve lo spiego con un esempio.
Cosa succede ad un bicchiere se cade a terra dall’alto? Si rompe in mille pezzi!
Cosa succede ad una gomma da cancellare se cade a terra dall’alto? Rimbalza, ma non si rompe. Rimane integra.
Ecco la rigidità è fragilità, la flessibilità è forza perché permette di adattarsi.
Quindi, sii flessibile, non cercare di controllare tutto, anche ciò che non lo è perché se davvero vuoi avere controllo nella tua vita devi perderlo.
COME TU MI VUOI
Vorrei cominciare questo articolo raccontando una storia che deriva dalla mitologia greca. Per capire dove voglio arrivare, leggila attentamente
Procuste era un brigante che offriva ospitalità a tutti i viandanti che si trovavano a transitare nei pressi della sua dimora.
Dopo aver offerto loro una cena generosa li faceva riposare su un letto.
E fin qui tutto ok. Nulla di strano. Anzi, molto ospitale questo Procuste.
Ma come spesso accade, per un servizio offerto, c’è un prezzo da pagare.
Procuste riteneva che il suo letto fosse perfettamente conforme alla struttura del viandante: e poiché non poteva cambiare le dimensioni del letto, egli cambiava quelle del viandante che vi si stendeva per riposarsi. La vittima quindi veniva stirata fino alla lunghezza desiderata se troppo corta rispetto al letto, o al contrario, amputata se sporgeva.

Bene, secondo te, dove vorrei portarti con questa macabra storia?
Prova a pensare a quella volte in cui ci si mette a dieta per riuscire ad entrare in quel paio di jeans di una taglia in meno, a quelle volte in cui si mette la carta dentro alle scarpe di un numero in più (a me è capitato. Erano talmente belle e talmente in saldo da essere l’ultimo numero. Che guarda caso non era il mio). Oppure quelle volte in cui ci si mette la maglia a maniche lunghe anche con 40 gradi per nascondere i tatuaggi sul lavoro ( no questa no, non mi è mai successo)
Insomma, ci capita spesso di adattarci, ad una situazione, ad un contesto, ad una relazione.
Procuste rappresenta l’omologazione, l’uniformità. Una sorta di giudice che misura l’adeguatezza. Il letto invece rappresenta uno standard. Quello che spesso viene chiamato: normalità. Il viandante simboleggia il tentativo di ogni essere umano di omologarsi ad un modello, o di cambiare sé stesso per conformarsi ad una circostanza, o adattarsi ad una situazione che non fa per lui. Rappresenta anche la pressione della società all’uniformità.
Ogni volta che reprimiamo parti di noi, desideri e bisogni perché li reputiamo non normali, o fuori standard, siamo vittime di Procuste. Ogni volta che cerchiamo di adattarci ad una relazione che ci fa stare male o ad un partner, pur di non rimanere soli, siamo vittime di Procuste. Ma questo mito greco, ci deve far ricordare di quanto sia alto il prezzo da pagare. Nel mito è la morte del corpo. Nella vita reale, è la morte del sé. È la morte dell’individualità.
Altre volte invece ci troviamo nei panni di Procuste. Succede ogni volta che cerchiamo di cambiare qualcuno per uniformarlo al nostro standard, a quello che reputiamo giusto.
Ogni persona quindi può essere a volte il viandante, altre volte Procuste. A volte la vittima, altre il carnefice. È solo attraverso la consapevolezza che la normalità non esiste e che gli standard sono dimensioni irrealistiche, che possiamo non essere né l’uno, né l’altro. Ma magari, possiamo essere Teseo.
Ah giusto, Teseo è colui che uccise Procuste. Teseo è l’eroe civilizzatore.
L'ABITO FA IL MONACO?
L’abito fa il monaco?
No! ecco possiamo già finire qui l’articolo. Ciao ragazzi, è stato bello.
Scherzo ovviamente. O meglio, la risposta è davvero no, però ci tengo ad approfondire un po’ il perché partendo proprio dalle basi.

Siamo fatti di carne, ossa e stereotipi. Non lo dico in senso negativo, ma perché è proprio così. È un dato di fatto. Gli stereotipi sono intrinseci nella natura umana.
Gli stereotipi hanno infatti l’obiettivo di renderci la vita più facile.
Semplificando il nostro muoverci nel mondo. Lo stereotipo non è altro che un insieme di caratteristiche applicate ad un oggetto, una persona, un gruppo eccetera.
Queste caratteristiche possono essere neutrali, negative, o positive.
Lo stereotipo rappresenta un modo di pensare in modalità risparmio energetico. Lo stereotipo si trasforma in pregiudizio quando diventa fisso ed immutabile.
Il pregiudizio è un giudizio a priori, un giudizio senza dati di esperienza.
Gli stereotipi riguardano tutti, non sempre consapevolmente, ma inconsciamente si. Il fatto che ragioniamo per stereotipi, ci conviene per una questione di praticità, perché ci porta rapidamente a delle conclusioni. Ma c’è un problema, stereotipi e pregiudizi ci impediscono di produrre pensieri autonomi e di conseguenza, impediscono la conoscenza.
Se ti dicessi che oggi suonerà a casa tua un rappresentate per proporti delle offerte in merito l’energia elettrica, immagino che tu ti aspetteresti un signore distinto, in giacca e cravatta (anche con 40 gradi all’ombra). Ecco questo è uno stereotipo. Ci aiuta a pensare più agevolmente, ricorrendo a schemi preconfezionati e da un certo punto di vista, a saltare alle conclusioni.
In realtà poi alla porta potrebbe apparire un ragazzo giovane, in jeans e maglietta, e magari anche con qualche tatuaggio in vista.
Questo per dire che gli stereotipi possono agevolarci la vita in alcuni casi, ma possono portarci fuori strada in altri.
Ma torniamo un po’ al nostro abito che NON fa il monaco…
L’abito non identifica il sè della persona, infatti molto spesso è frutto di scelte, anche in funzione degli altri o del contesto in cui si è chiamati a presenziare.
Per esempio potrei vestirmi elegante per un colloquio di lavoro anche se in realtà è uno stile che non mi appartiene e magari quegli abiti li si deve acquistare apposta per l’occasione.
La scelta dell’abbigliamento si fa ancora più importante in termini di attrazione sessuale.
Pensiamo per esempio al classico “primo appuntamento”, e pensiamo anche a quanto tempo si impiega generalmente per scegliere l’abito adatto, Questo perchè?
Semplice, perchè, ci vestiamo e ci trucchiamo per piacere e per piacerci, consapevoli che anche gli altri fanno lo stesso con noi.
Non solo, ma la scelta dell’abbigliamento può essere determinata anche dall’impressione che intendiamo dare di noi all’altra persona. D’altronde, siamo consapevoli che non c’è una seconda occasione per fare una buona “prima impressione”.
Gli stereotipi condizionano il nostro giudizio e di conseguenza ci conducono al pregiudizio. E tutto ciò diventa un limite nella nostra vita.
Gli stereotipi non devono essere abbattuti, ma vanno superati. Gli stereotipi sono storie e possiamo inventarne di nuove altrimenti ci costringono ad essere sempre le stesse persone, invece dobbiamo scegliere di essere persone diverse.
I MECCANISMI DI DIFESA
Avete presente quando fa freddo e allora ci si copre con un bel cappotto pesante?
Oppure quando si dice alla nonna che si è fidanzati pur di non sentire la ramanzina?
Ecco, in questi casi ci si “difende” da qualcosa che è esterno a noi…ma quando ci si vuole difendere da qualcosa che è interno a noi…cosa succede?
Intervengono loro, i meccanismi di difesa.

Sono delle strategie, delle reazioni che agiscono inconsciamente e che hanno l’obiettivo di proteggerci da pensieri o sentimenti considerati inaccettabili.
Derivano dall’incontro di diversi elementi, ad esempio fattori culturali, condizionamenti relazionali, esperienze di vita.
I meccanismi di difesa sono automatismi naturali che hanno l’obiettivo di gestire situazioni negative, ma possono diventare disadattivi e in alcuni casi determinare psicopatologia, in particolare se utilizzati frequentemente e rigidamente.
Ma…quali sono i principali meccanismi di difesa?
Scopriamoli insieme:
Negazione e diniego
sono due meccanismi di difesa simili, ma non uguali. La negazione riguarda gli affetti, mentre nel diniego c’è una negazione di una realtà che risulta essere troppo dolorosa. Quindi la persona si difende da essa rifiutandosi di percepirla o negandone la sua esistenza.
Un esempio di questi meccanismi, è quando ad esempio un partner rifiuta di accettare i chiari segni di una crisi di coppia o di un tradimento.
Proiezione
attraverso questo meccanismo di difesa, la persona proietta sull’altro pensieri, emozioni indesiderate perché altrimenti potrebbero causare sensi di colpa, fantasie aggressive.
A livello pratico, ad esempio, vi è proiezione quando si odia qualcuno ma questo fa sentire in colpa, allora ci si libera da questo senso di colpa pensando di essere odiato.
Spostamento
prevede che un impulso, solitamente aggressivo, venga reindirizzato al di fuori di sé, o su un oggetto o su una persona.
Chiaro esempio è la persona che durante la giornata lavorativa litiga con il datore di lavoro, e sposta la rabbia verso il/la proprio/a partner. Viene sostituito quindi il bersaglio dell’emozione provata.
Sublimazione
è un meccanismo di difesa simile allo spostamento ma molto più adattivo perché permette di reindirizzare i propri sentimenti ed emozioni verso qualcosa di costruttivo e socialmente accettabile, piuttosto che verso comportamenti o attività distruttive.
Un esempio molto frequente è quello che vede protagonisti alcuni sportivi, che riuscendo a reindirizzare la loro rabbia e aggressività nello sport riescono ad eccellere e diventare campioni.
Razionalizzazione
si riferisce all’attribuzione di una giustificazione accettabile e razionale ad un evento angosciante. Queste spiegazioni razionali servono ad arginare l’angoscia che tale circostanza provoca.
Un esempio può essere quello di spiegare una propria scelta che si è poi rivelata essere sbagliata, come determinata dal destino.
Formazione reattiva
è un meccanismo di difesa molto frequente perché spesso le proprie emozioni vengono ritenute sbagliate, allora ci si protegge comportandosi nel modo opposto rispetto a come ci si sente.
Questo accade molto spesso quando si prova rabbia e frustrazione, ma si decide di sopprimerle decidendo di comportarsi in maniera pacata e tranquilla.
Oppure ancora quando si è tristi ma ci si mostra all’esterno allegri e sorridenti.
Repressione
determina la repressione dei propri sentimenti, pensieri, emozioni o fantasie considerati disturbanti o minacciose. Vengono quindi nascosti all’interno di noi stessi con la speranza che non saltino mai più fuori. In realtà questi sentimenti non scompaiono davvero, ma anzi, influenzeranno il nostro comportamento, potranno influire nelle relazioni, creare ansia.
Spesso questo accade anche nell’ambito della sessualità, può capitare che le persone reprimano le proprie fantasie sessuali perché ritenute inadeguate, immorali.
"Se avessi..."
“Se avessi studiato all’estero?”
“E se avessi accettato quella proposta di lavoro?”
“E se non mi fossi fatta convincere dalla mia amica ad acquistare quella gonna che mi sta malissimo?”

Immagino che anche a te almeno una volta nella vita ti sia capitato di mettere in discussione le tue scelte ed immaginare uno scenario diverso da quello che si è verificato realmente.
Questo si chiama pensiero controfattuale, ovvero un modo attraverso il quale si cerca di ipotizzare come sarebbero andate le cose se avessimo preso una decisione diversa.
In alcuni casi è da considerarsi un meccanismo utile per il futuro, infatti permette di imparare dagli errori passati, orientando verso scelte che reputiamo essere migliori. Non dimentichiamoci che il nostro passato ha un grande valore perchè è una fonte di esperienza.
Non solo, mail pensiero controfattuale può anche darci la conferma che alcune decisioni prese in passato sono state quelle migliori per che si potessero fare, ad esempio: se non avessi fatto quel lavoro non avrei incontrato l’amore della mia vita.
La vita di tutti i giorni richiama a scelte continue, e questo meccanismo rafforza la convinzione che ogni decisione che si prende, segni profondamente la propria esistenza.
Questo da un certo punto di vista può essere anche vero, le scelte passate condizionano il presente e contribuiscono a determinare il futuro. Tuttavia, una scelta, non è una sentenza immutabile e questo da la possibilità di poter cambiare rotta in ogni momento.
Attenzione però, quando il pensiero controfattuale diventa ossessivo, è disfunzionale perché ancora al passato e potrebbero insorgere anche sensazioni di rabbia verso sé stessi per via di decisioni reputate sbagliate oppure rancori e rimorsi.
Dopo tutto, come diceva anche la saggia tartaruga del film “Kung fu Panda”: “Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono. Per questo si chiama presente”.
Attacco di panico: quando e perché si presenta?
- Palpitazioni/tachicardia
- Paura di perdere il controllo o di impazzire
- Tremori
- Sudorazione
- Sensazione di soffocamento
- Dolore o fastidio al petto
- Derealizzazione e depersonalizzazione
- Brividi
- Vampate di calore
- Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio)
- Nausea o disturbi addominali
Li avete riconosciuti?
Sono i sintomi dell’attacco di panico.

L’attacco di panico è a tutti gli effetti un episodio di intensa paura ed ansia. Arriva improvvisamente, irrompe prepotentemente nella vita di chi lo sperimenta. Produce una sensazione di smarrimento, di distacco dalla realtà.
Nonostante i sintomi corporei siano piuttosto forti, non è pericoloso per la vita, ma la sua imprevedibilità porta inevitabilmente alla paura che possa presentarsi nuovamente.
Qual è la funzione dell’attacco di panico? Perché arriva in un certo momento della vita?
Prima di rispondere a queste domande facciamo un salto nella mitologia greca.
La parola panico deriva dal greco: panikos, derivata a sua volta dal nome del Dio Pan.
Pan è una divinità per metà uomo e per metà capra figlio di Hermes e della ninfa Driope.
Proprio per il suo aspetto deforme, venne abbandonato subito dopo la nascita e ospitato sull’Olimpo da Dioniso. Pan però era un solitario così andò a vivere nei boschi.
Era il terrore delle ninfe e dei viandanti, infatti si divertiva a spaventarli facendo capolino tra gli alberi o lanciando fortissimi urli. Ciò che lo collega al panico però è un evento particolare.
Un giorno Pan durante il suo riposo venne improvvisamente svegliato da un pastorello che si era smarrito. Si svegliò di colpo e spaventato iniziò ad urlare. Il pastorello spaventato iniziò a gridare a sua volta.
È proprio da questo suo comportamento che deriva l’accezione di “panico”: una paura improvvisa e incontrollata le cui cause sono del tutto ignote. Paura che genera paura: la paura di Pan ha provocato paura nel pastorello. Una paura così forte, con dei sintomi fisici così prepotenti che la sensazione è quella di morire.
L’attacco di panico è istinto e riconduce alla natura. L’attacco di panico arriva porta con sé un messaggio. Ci ricorda che dobbiamo dare spazio alla nostra natura fatta di desideri e bisogni. E si presenta irruentemente quando questo non avviene.
Tendenzialmente si presenta in situazioni inaspettate, tranquille, che nulla hanno a che fare con la paura. E questo da un certo punto di vista è utile, perché altrimenti non gli porremmo attenzione.
Pensate per un attimo se l’attacco di panico si presentasse in una situazione ansiogena. Probabilmente lo assoceremmo a quella stessa situazione e non daremo peso a ciò che accade, restando così insensibili al messaggio che porta.
E invece arriva in un momento tranquillo, mentre si sta guidando, passeggiando…e questo però porta con sé una conseguenza: la paura della paura. O meglio, la paura che possa verificarsi nuovamente.
E allora si attiva il meccanismo dell’evitamento. Si inizia così ad evitare la situazione in cui si è verificato e altre eventuali in cui si potrebbe verificare. E come potete immaginare, a causa di tutto ciò, la qualità della vita, ne risente enormemente.
Si entra quindi in un circolo vizioso, fatto di paura della paura, evitamento e catastrofizzazione di sintomi fisici che possano far pensare all’attacco di panico, come ad esempio cuore che batte velocemente.
Molte persone che hanno avuto più di un’esperienza dell’attacco di panico lo descrivono come un mostro che è entrato a far parte delle loro vite e questa descrizione ricorda sicuramente il Dio Pan, metà uomo e metà capra, abbandonato dai genitori per il suo aspetto terrificante e da grande divenuto abitante dei boschi dove però si sente solo e si diverte nello spaventare i viandanti. L’attacco di panico è l’incontro con Pan.
Per quanto aggressivo e destabilizzante l’attacco di panico sia, non è contro di noi, ma arriva per noi. Per riconnetterci alla nostra natura, per portare alla riflessione sui desideri e i bisogni inascoltati, sullo stress sperimentato e negato.
Come per l’ansia, anche per l’attacco di panico è importante capirne il significato.

L'importanza delle parole
Hai mai posto attenzione alle parole che utilizzi per dialogare? Con gli altri, ma anche con te stesso?
Può sembrare qualcosa di banale, ma ti assicuro che non lo è.
Le parole che utilizzi nel tuo dialogo interno, o in quello con gli altri, predispongono la tua mente e il tuo umore, ma soprattutto orientano verso determinati comportamenti o azioni.

Le parole che si utilizzano per connotare una data situazione possono cambiare il “colore” a quella stressa situazione.
Prendiamo ad esempio un circostanza in cui le cose non sono andate esattamente come ci si aspettava.
Ad esempio la bocciatura ad un esame dell’università, piuttosto che quel progetto di lavoro sul quale era stato investito tanto ma che poi alla fine non è piaciuto al capo. O quel due di picche dopo un lungo corteggiamento.
Se attribuissi ad ognuna di queste situazioni la parola FALLIMENTO oppure SFORTUNA…quale colore daresti a queste circostanze? A me personalmente viene in mente il nero perché percepirei in esse una sconfitta e quindi probabilmente avrei emozioni di rabbia, delusione, risentimento.
E se invece assegnassi ad ognuna di queste situazioni la parola SFIDA…quale colore attribuiresti?
Questa volta a me viene in mente il rosso. Insomma un colore che è simbolo di energia.
Concepire come una sfida, una circostanza che ha tutte le caratteristiche per essere un fallimento, fa si che la delusione possa essere trasformata in energia positiva per rimettersi in gioco, ma con un qualcosa in più: l’esperienza.
La circostanza potrebbe essere la medesima, ma se viene interpretata come una sfortuna, allora si attiveranno una serie di circuiti che preparano il corpo a contrattaccare una minaccia. Quindi si attiverà la paura.
Se invece quella stessa situazione viene letta come una sfida, allora l’organismo, attiverà dei meccanismi per affrontarla nel miglior modo possibile. E quindi si attiverà il coraggio.
Per ottenere dei cambiamenti nella tua vita, occorre quindi cambiare le parole. Esse poi potranno modificare l’atteggiamento, le azioni e quindi, il risultato.
Occorre trovare delle parole alternative a tutte quelle che sono generalmente sabotanti come per esempio: fallimento, errore, problema, crisi. Il fallimento non è un fallimento, ma un’esperienza. L’errore non è un errore, ma una caduta dalla quale ci si può riprendere.
Ogni parola ha il potenziale di attivare una determinata predisposizione verso la situazione dalla quale poi ne derivano i risultati. Ecco perché è importante sceglierle accuratamente.
Le parole sono importanti nel dialogo interno, quanto in quello con gli altri. Ed in questo caso, più di ogni altro occorre scavare nel profondo per comprenderne il significato e quindi evitare fraintendimenti. Le parole sono si un codice condiviso, ma ognuno può poi investirle del proprio significato personale. Si può dire “ti amo” e l’altra persona rispondere “ti amo anche io” (se sei fortunato) però occorre tenere conto che dietro quella stessa espressione possono celarsi due significati, o forse meglio dire due interpretazioni, molto diverse.
Amare potrebbe essere inteso come condividere 24 ore su 24 insieme però magari per qualcun altro amare potrebbe significare lasciare liberi e fidarsi.
Insomma le parole hanno un grande potere, ma anche un grande potenziale. Possono dirigerci nella direzione giusta oppure in quella sbagliata. Possono avvicinare o allontanare, ecco perché è importante sceglierle in maniera accurata e comprendere il significato soprattutto nel dialogo con l’altro.










