LA PAURA di entrare in RELAZIONE

Avere relazioni dove l’altro è indisponibile o, non completamente magari perché già impegnato. Fare di tutto per conquistare qualcuno e poi quando accade, non volerlo più.

Sono aspetti che hanno un comune denominatore: la paura dell’intimità.

 

Si potrebbe desiderare fortemente una relazione, e al tempo stesso averne paura. Perché essere intimi con qualcuno significa entrare in forte connessione con l’altro, sentirsi al sicuro e a proprio agio in una relazione.

Essere intimi con qualcuno significa condividere i propri sentimenti, pensieri ed emozioni. Significa fidarsi dell’altro. E tutto questo per alcuni, potrebbe essere vissuto come qualcosa di pericoloso.

So che potrebbe sembrare paradossale perché in fondo avere intimità con il partner porta a vivere una relazione appagante e nutriente, dove potersi sentire accolti, ascoltati, compresi e desiderati. In una relazione con queste caratteristiche ci si può sentire liberi di mostrarsi per quello che si è.

Tutto questo sembra assolutamente bello/bellissimo, allora perché si ha paura dell’intimità?

Generalmente la persona che ha paura dell’intimità è colei che non riesce a lasciarsi andare, a perdere il controllo, a fidarsi ed affidarsi. Entrare in intimità prevede infatti anche mostrare le proprie vulnerabilità e insicurezze. La persona che ha paura dell’intimità non è disposta a fare questo. Quindi oltre a non farsi conoscere, non può conoscere l’altro in modo autentico.

La persona che ha paura dell’intimità percepisce le relazioni come un rischio e per questo motivo quando entrano in relazione sono guardinghe, e comunque rimangono sempre in superficie. Senza andare in profondità. Inevitabilmente questo si traduce nel vivere relazioni asettiche, non soddisfacenti che confermeranno le convinzioni di base , cioè che è meglio non fidarsi dell’altro o lasciarsi andare.

La paura dell’intimità è in realtà la paura di qualcos’altro, ad esempio la paura di essere abbandonati o feriti, la paura di mostrarsi per quel che si è. Questa è una paura che deriva dalla storia di vita della persona, in particolare dalla sua infanzia. Pensiamo ad esempio a quelle persone che hanno strutturato uno stile di attaccamento di tipo evitante.

Due delle dinamiche che sono alla base della paura dell’intimità sono:

  • Evitamento: Magari per quelle persone che nella propria storia hanno sperimentato le relazioni come qualcosa di incerto, insicuro. Che hanno sperimentato il distacco emotivo fin dall’infanzia e di conseguenza il rifiuto, quindi imparano ad essere emotivamente indipendenti e a tenere lontana l’intimità, come una forma di difesa per evitare il dolore. Ed allora si vivono le relazioni, ma in maniera superficiale, senza andare in profondità.
  • Non sentirsi abbastanza: A volte inoltre capita che le persone si servano dell’altro, per sentirsi amati, scelti, desiderati. Ma non per creare una vera e propria relazione. In questi casi spesso, c’è un’idea profonda di non valere abbastanza. Questa sensazione conduce inevitabilmente alla paura di mostrarsi per ciò che si è, per paura che l’altro possa scoprire “la fregatura”.


Tipi di famiglia disfunzionale

È vero, non è sempre colpa dei genitori, ma la famiglia è il nucleo di base in cui si cresce, quindi, inevitabilmente, lascia un’impronta molto profonda. Non è un caso infatti che nel formare una nuova famiglia si tendono a ripetere i modelli avuti di esempio da bambini, siano essi giusti o meno. Inoltre spesso tendiamo a ripetere i modelli di relazione appresi nella famiglia di origine e a rimetterli in atto.

Crescere in una famiglia disfunzionale, significa crescere in un ambiente tossico dove vige l’invalidazione e tutto ciò può essere terreno fertile per la strutturazioni di importanti conseguenze nella vita adulta della persona. Conseguenze che possono coinvolgere la persona stessa e le sue relazioni.

Indubbiamente i modelli famigliari disfunzionali sono davvero tanti e possono declinarsi in tante forme.

Qui ve ne elencherò tra i più frequenti.

Nel video in fondo alla pagina ne troverai altri.

SACRIFICARSI

In queste famiglie vige il mito del sacrificio. Il genitore si sacrifica in nome della famiglia. Lo fa perché lo ritiene necessario. Generalmente questo ruolo viene esercitato dalla figura materna e questo probabilmente ha delle ragioni legate ad aspetti socio-culturali. Infatti indirettamente la società comunica alla donna che ad un certo punto della sua vita dovrà dedicarsi alla famiglia, ed esistere solo in qualità di madre o moglie.

In queste famiglie non si esita a sottolineare ai figli i sacrifici e le rinunce fatte. Non c’è spazio per il piacere ma solo per il dovere e il sacrificio. Ci si sente costretti a vivere in funzione di doveri verso la famiglia. Dietro a questo c’è spesso una richiesta implicita del genitore, ovvero quella della gratitudine e dello scambio, da parte dei figli. Il genitore sacrificante si trasforma in vittima quando questo non accade con conseguenza senso di colpa del figlio.

Nelle famiglie con queste dinamiche si verifica spesso anche il cosiddetto accudimento invertito, dove i figli fanno i genitori dei genitori.

IPERPROTEZIONE

Questo modello familiare si caratterizza per la paura verso il mondo esterno. I genitori fanno vivere i figli sotto una campana di vetro, giustificando il tutto con il troppo bene. Quando invece la realtà è che loro stessi hanno paure e timori verso il mondo.

Queste famiglie sono caratterizzate da controllo e privazione della libertà. Una dinamica tale crea dipendenza eccessiva, grande insicurezza e limita fortemente la crescita e lo sviluppo personale dei figli. Non permette l’individuazione. Non permette la costruzione di una buona autostima. Il bambino non riuscirà a strutturare la fiducia in sé stesso e da adulto potrebbe non sentirsi all’altezza delle situazioni o delle relazioni. Non riuscirà nemmeno a strutturare fiducia negli altri, quindi non è raro che i le relazioni e le situazioni n età adulta vengano vissute con ipercontrollo, disfattismo e pessimismo.

Per conoscerne altri, e per alcuni approfondimenti, puoi guardare il video qui sotto


ASPETTATIVE - quando sono amiche e quando nemiche?

Ci aspettiamo di mangiare una pizza pomodoro e mozzarella se si ordina una margherita. Ci aspettiamo che ogni automobilista si fermi al semaforo rosso.

Insomma, le aspettative fanno parte della nostra vita, sono inevitabili. Di fatto sono delle convinzioni, delle previsioni a proposito di eventi futuri riguardanti noi stessi, gli altri o situazioni specifiche.

Attraverso le aspettative ci costruiamo degli scenari che riteniamo probabili e che utilizziamo come guida per agire o per prendere decisioni.

Di concreto c’è il fatto che si formano a partire dalle informazioni che abbiamo in base alla nostra esperienza passata o per esperienza indiretta. Se per esempio un amico ci consiglia un hotel nel quale soggiornare perché ci ha vissuto un week end da favola, molto probabilmente ci aspetteremo di stare alla grande.

Le aspettative hanno però un’altra caratteristica, di cui spesso ci si dimentica, sono soggettive e quindi sono soggette ad errori di valutazione. Non sono un’effettiva previsione della realtà. Non sono certezze.

Le aspettative spesso riguardano gli altri, i nostri amici, il partner, i figli ecc sono però unidirezionali perché nascono da noi stessi. A volte per esempio ci aspettiamo che il nostro partner si accorga del nostro malessere, oppure che il nostro amico ci dia un passaggio al lavoro dato che quando ce lo chiese lui accettammo.

La loro funzione qual è? Di fatto è quella di è prepararci ad agire. Prepararci mentalmente per il futuro e questo ci permette di creare un piano d’azione. Mettono ordine nel caos della vita. Provate infatti ad immaginare come ci sentiremmo senza sapere cosa mangeremo se ordiniamo una pizza margherita o cosa succede quando il semaforo diventa rosso.

Quindi le aspettative, in un qualche modo, sono nostre alleate. In alcuni casi però conducono a frustrazione perché a volte ci si dimentica che aspettarsi che accada qualcosa non lo farà necessariamente accadere. Ci dimentichiamo che le aspettative, non sono certezze.

Avete mai sentito parlare di pensiero magico? Jean Piaget fu il primo a parlarne. È il fenomeno secondo il quale i bambini piccoli hanno difficoltà a distinguere il mondo soggettivo che creano nella loro mente e quello esterno e oggettivo. E per questo spesso sono convinti che i loro pensieri possano far accadere le cose.

Diventare adulti però non ci preserva dal mettere in atto questo meccanismo, infatti, a volte accade che continuiamo ad avere diverse forme di pensiero magico. Pensiamo per esempio alla “legge di attrazione”. Molte persone sono convinte che aspettarsi che qualcosa accada lo renda possibile. Sarebbe bello se fosse davvero così.

Le nostre aspettative spesso riflettono solo un desiderio o una probabilità – a volte anche remota – che qualcosa possa accadere. Ci troviamo in alcuni casi a sovrastimarne la probabilità. Quando perdiamo di vista questa prospettiva ci traiamo una trappola. È proprio in questo caso che le aspettative diventano un capestro e non sono più nostre alleate.

Margaret Mitchell dice: “La vita non è obbligata a darci ciò che ci aspettiamo”.

Possiamo aspettarci qualcosa, ma non è detto che ciò poi si realizzi. Si, è vero, alcune cose sono più probabili di altre, ma non dobbiamo aspettarci di avere sempre ragione.

Anche perché un’aspettativa che vogliamo che si realizzi a tutti i costi, non è un’aspettativa, ma una pretesa.

Che badate bene, non è sempre qualcosa di negativo. Alcune pretese sono assolutamente legittime: il pagamento di un lavoro svolto, conoscere le conseguenze di un intervento chirurgico ecc.

Era per dire che sono due cose diverse, con due razionali diversi.


INSICUREZZA, SENSO DI INADEGUATEZZA

Siamo nel bel mezzo di un’epidemia, no, non mi riferisco al covid, ma all’epidemia di insicurezza, di sentimento di inadeguatezza.

Le persone che si rivolgono a me lo fanno principalmente per sanare la loro insicurezza, la loro bassa autostima.

Ahimè questo ce lo dice anche la cronaca, molti sono i suicidi, soprattutto tra i giovani, in particolare in ambito universitario.

Quello che spinge ad un gesto simile è nella maggior parte dei casi, la sensazione di essere dei falliti, la sensazione di non essere all’altezza.

Non essere all’altezza. Si, ma di cosa?

Perché se ci pensiamo bene, figurativamente, questa frase fa intendere che vi sia un metro di misura, uno standard che decreta un’adeguatezza, in termini di caratteristiche o prestazioni.

Questi standard sono fissati dagli altri. A volte dalla famiglia, ma ancor più spesso dalla società che è sempre più richiedente. È una società che impone dei modelli irrealistici e inarrivabili. E se ci si confronta con l’irraggiungibilità, come ci si potrà mai sentire? Non all’altezza, è ovvio.

Tutto questo viene poi fomentato dai social network, che amplificano il bisogno di apparire bene agli occhi altrui e il timore del giudizio. Ma non solo, anche la stampa ci mette del suo. Si, perché se da un lato abbiamo articoli di giornali che raccontano le tragedie di giovani suicidi, dall’altro abbiamo le stesse testate giornalistiche che esaltano una laurea a pieni voti raggiunta precocemente tralasciando tutti i punti oscuri della vicenda, esaltando ancor di più quel modello distorto e insano di perfezionismo e prestazione a tutti i costi.

Ma al di là dell’ambito scolastico o lavorativo, la sensazione di non essere all’altezza può riguardare tanti aspetti: l’intelligenza, la sessualità, la presenza estetica…e potrei fare un elenco senza fine.

L’insicurezza nasce da un dubbio nei confronti di sè stessi. Il senso di inadeguatezza è la sensazione di non andare bene, essere incapaci o fuori luogo. Il non sentirsi all’altezza porta con sé un senso di fallimento. Pensate quindi quanto può essere il carico emotivo per una persona insicura, per una persona che si sente inadeguata.

Inevitabilmente poi la psiche mette in atto delle dinamiche che determinano dei circoli viziosi.

Una molto frequente è quella del “sottovalutare-sopravvalutare”, ad esempio, sottovalutare sé stessi e sopravvalutare gli altri. Questo significa anche dare molta importanza alle critiche, creare continui confronti da quali, guarda caso, si esce sempre perdenti.

Riguardo l’agire, poi possono essere messi in atto dei comportamenti che danno alla persona la sensazione di proteggersi, in realtà sono distruttivi.

  • Evitamento. È una tipica reazione alla paura. Ho paura di qualcosa? Lo evito! L’insicurezza in sé stessi porta ad evitare situazioni, e l’evitamento alla lunga conduce a sentirsi sempre più insicuri e sempre più inadeguati. Evitando, è come se si confermasse a sé stessi di non essere in grado di affrontare qualcosa.
  • Chiedere eccessivamente aiuto. L’insicurezza porta ad appoggiarsi agli altri, o meglio, a qualcuno di fiducia, in una sorta di delega continua. Perché questo alla lunga può risultare dannoso? Perché l’aiuto continuo non permette alla persona di confrontarsi con le situazioni e di sviluppare la propria autonomia. L’aiuto infatti comunica due messaggi: “ti voglio bene, quindi ti aiuto”, “lo faccio al posto tuo perché tu non sei in grado”
  • Proteggersi preventivamente. Questo è vero sopratutto nelle relazioni. Infatti la persona insicura tende a non fidarsi degli altri, rimane quindi sulla difensiva. Guardinga. Tutto ciò innesca un processo disfunzionale di sfiducia reciproca, dando la sensazione di vivere in un mondo popolato da nemici


PERCHE' LA SESSUALITA' E' SPESSO INSODDISFACENTE?

Il sesso dovrebbe essere un po’ come la pizza, piacere a tutti, invece non sempre è così.

Anzi, negli ultimi anni stiamo assistendo ad un aumento dell’insoddisfazione sessuale.

A cosa è dovuto tutto ciò?

Andiamo subito al dunque, la sessualità spesso non viene vissuta in maniera soddisfacente perchè, nonostante sia qualcosa di naturale, divertente, piacevole, magico, pensieri, convinzioni, tabù impediscono di raggiungere un totale appagamento. Questi possono costituire dei veri e propri freni alla soddisfazione sessuale.

Nel mio lavoro posso vedere spesso come, il semplice parlare di sessualità crei imbarazzo, vergogna e questo accade perché l’educazione, così come aspetti socio-culturali, ci hanno portato a strutturare la convinzione che la sessualità sia un vizio, un qualcosa di “sporco” e trasgressivo, se agita non per fini procreativi. Sono convinzioni queste che hanno una lunga storia, arrivano da lontano, ma purtroppo sono ancora presenti ai giorni nostri.

Se è vero che per la sessualità canonica c’è maggior accettazione, non possiamo dirlo però per la sessualità che esce dagli schemi, quella non vanilla per intenderci. Vi è forte giudizio infatti verso questo tipo di sessualità e questo pesa su tutte le persone che si sentono più vicine alla sessualità kinky o al bdsm, ad esempio.

È da qui che nasce la paura di fare qualcosa di diverso, dal giudizio. Nonostante sia ormai obsoleto infatti, si utilizza ancora il termine perversioni, termine che ha una forte valenza giudicante.

Un altro grande problema che porta a non viversi in maniera soddisfacente la sessualità, è il fatto che in molti casi viene vissuta come una performance e non come un’esperienza.

Questo inevitabilmente porta a strutturare ansia da prestazione, che, in modi diversi, riguarda sia l’uomo che la donna. Se per l’uomo riguarda aspetti come dimensioni e durata, per la donna invece è collegata all’aspetto fisico, alle forme corporee.

L’ansia da prestazione non permette di perdere il controllo, di lasciarsi andare, elementi che sono fondamentali nella sessualità. L’ansia in questo caso è nemica perché inibisce, e porta con sé una serie di paure e preoccupazioni che innescano un circolo vizioso e conducono alcune persone ad abbandonare la sessualità perché diviene qualcosa di preoccupante, di temuto.

Altre volte la mancata di soddisfazione sessuale è determinata dalla comunicazione, o meglio, dalla mancanza di comunicazione con il partner. Per molte persone risulta difficile dire che cosa piace all’interno della sessualità, o al contrario, che cosa non piace. Dimenticandoci che non sempre l’altro può saperlo. Questo non permette di raggiungere il totale soddisfacimento. È come se mangiassimo una pizza con degli ingredienti che non gradiamo. Per quanto si può amare la pizza, non ci soddisferà mai. Invece la comunicazione che riguarda la sessualità, può aiutare a migliorare l’intimità…ma anche la relazione stessa.


RELAZIONI SBAGLIATE (?)

Prova a ripensare a tutte le tue relazioni passate e finite.

Sicuramente ti verrà immediato pensare che quelle relazioni, per un motivo o per un altro, sono state sbagliate.

Ma è davvero così?

Seguimi in questa riflessione.

Ah, una premessa, in questo articolo non voglio parlare di relazioni tossiche, ma di quelle che reputiamo essere sbagliate, perché ad un certo punto l’amore finisce, o perché l’altra persona decide di prendere un’altra strada.

Ogni relazione ha una funzione. Una funzione che riguarda noi stessi più che l’altra persona.

Infatti attraverso le relazioni, di qualsiasi tipo esse siano, conosciamo noi stessi, cresciamo.

Ogni relazione ci insegna qualcosa e quindi, è utile.

Quando parliamo di relazioni di coppia, possiamo dire che l’obiettivo dell’amore è la conoscenza nostra e dell’altro.

Ogni volta che c’è questo, non possiamo considerare sbagliata una relazione.

La relazione è un’opportunità perché ci permette di fare un pezzo di strada insieme a quello specifico partner.

E questo essere insieme ci può dare molto, sopratutto alla luce del fatto che nell’altro cerchiamo sempre una parte di noi che non riusciamo a tirare fuori.

Ecco perché quando scegliamo un partner, inconsapevolmente ci leghiamo a qualcuno che ha una caratteristica che non abbiamo, ma vorremmo avere.

Quindi, anche quando la relazione non è esattamente come vorremmo, perché non ci sentiamo amati abbastanza, perché non c’è la condivisione che vorremmo e tutti i vari problemi che di solito si riscontrano nelle relazioni, è comunque utile. Il partner può aiutarci a capire qualcosa di più di noi anche quando è disfunzionale.

Altrimenti come potremmo scoprire gli schemi che mettiamo in atto, le nostre risorse, i nostri punti deboli? Serve necessariamente un’altra persona per capirlo.

Se ci pensate bene poi, ogni nostra relazione successiva ad una precedente, è sempre più strutturata e sana, e questo accade perché le altre sono servite come insegnamento.

Poi è vero che ci sono casi in cui non è così, anzi, è sempre peggio…ma questa è un’altra storia.

Ricordiamoci poi che nella nostra vita attraversiamo delle fasi, dei momenti, e in ognuna di queste ci troveremo sempre diversi e questo inevitabilmente ci avvicinerà a persone sempre diverse, con le quali creeremo relazioni sempre diverse.

Una bellissima frase di paolo Choelo dice: “ci sono persone per una ragione, per una stagione, e per la vita”.

Rapportando questo pensiero alle relazioni di coppia, possiamo dire che effettivamente ci sono dei partner nella nostra vita che sono per una stagione, per un periodo di tempo, che si adattano perfettamente ad una nostra fase di vita, ma poi quando arriva il cambiamento si prendono strade diverse.

Ci sono partner invece con i quali entriamo in relazione per una ragione, ma poi qualcosa può trasformarsi e allora diventano partner per la vita.


DOMANDE UTILI PER MOMENTI DIFFICILI

Ti è mai capitato di trovarti in un periodo difficile?

Dove le questioni da affrontare erano tante, così come anche le preoccupazioni?

La vita è fatta anche di momenti dove ci si trova in preda ai pensieri, alle emozioni disturbanti.

A volte si ha la percezione di essere all’interno di un labirinto senza via d’uscita e questo non fa che alimentare l’angoscia.

Per mettere da parte il malessere potrebbero essere sufficienti delle semplici domande che però sono di grande aiuto per valutare la situazione da un altro punto di vista.

Ovvio, si parla di domande mirate, che aiutano a far chiarezza anziché alimentare la confusione.

Vediamo insieme qualche domanda che potrebbe essere utile nei momenti di difficoltà.

Mi è utile?

Si sa, i pensieri spesso sono indomabili. Arrivano improvvisamente senza che nessuno li abbia interpellati. E quando arrivano occorre farci i conti.

Troppe volte siamo invasi da preoccupazioni per cose che sono possibili, ma non probabili, e quindi non è detto che succedano davvero.

Si crea così uno scenario anticipatorio, in alcuni casi anche catastrofico, rispetto a qualcosa che potrebbe anche non verificarsi mai. E questo porta via tempo ed energie. Non solo ma si innescano una serie di pensieri negativi che sono il risultato di quello iniziale.

Alcuni pensieri meritano attenzione, ma non tutti.

Occorre saper selezionare quelli che sono utili e quelli che al contrario sono una perdita di tempo.

Ogni volta che decidiamo di preoccuparci, di dare spazio ai pensieri che non ci sono utile, perdiamo qualcosa. Tutto questo ha un costo , in termini di tempo, energie, benessere.

Siamo noi stessi i primi a scegliere a quali pensieri dedicare attenzione e quali invece sono solo fonte di malessere e quindi, da evitare.

Quindi la domanda: mi è utile?

È ottima in tutti quei momenti nei quali ci si sente in preda a preoccupazioni, timori o ai dubbi. Ricordati di non lasciarti guidare dai tuoi pensieri, ma di sfruttare l’opportunità che hai di controllare i tuoi pensieri e di prendere le decisioni attraverso quegli stessi pensieri che hai scelto tu.

Come lo affronterei se avessi solo 5 mesi di vita?

Lo so, mi rendo conto che è una frase un po’ dura, ma questo ci aiuta a vedere le cose da una prospettiva differente.

Tendenzialmente siamo abituati ad adottare lo stesso punto di vista perché pensare in modo alternativo è complesso e la nostra mente, in ordine della semplicità e dell’economia, ci incentiva ad adottare un modo familiare di vedere le cose. Insomma, non ci è per nulla di aiuto.

Come lo affronteresti se avessi solo 5 mesi di vita?, è una domanda che ho preso in prestito da Shannon Alder, ed è molto utile per adottare un approccio diverso rispetto a ciò che ci accade. Troppe volte siamo mossi dal “fare la cosa giusta” e non dal “fare la cosa giusta per sé”, troppe volte ci preoccupiamo di quello che gli altri potrebbero pensare, ma così non siamo autentici, non siamo noi stessi.

Siamo veramente noi stessi quando nessuno ci guarda, quando non ci sentiamo giudicati dagli altri.

Chi voglio essere?

Questa è una domanda che può tornare utile quando ci si trova indecisi rispetto ad una decisione da prendere.

Le scelte di oggi influenzano il nostro futuro e determinano chi saremo.

Ponendo l’attenzione su chi vuoi essere, ti sarà più facile capire la scelta migliore di oggi per diventare chi desideri nel tuo domani.

Purtroppo siamo costantemente influenzati dai vari input che riceviamo nella nostra vita: la televisione, la famiglia, gli amici. Tutto questo può rendere ancora più complessa la presa di posizione, ma se si ha ben chiaro chi si desidera essere, risulterà tutto più semplice.

Abbi il coraggio di vivere la vita che vuoi tu e non quella che gli altri vogliono per te. Evita di lasciarti influenzare e di correre il rischio di scambiare un desiderio altrui per tuo.

Chi voglio essere, è una domanda che aiuta a mantenerti sul percorso giusto per raggiungere i tuoi obiettivi.


IL CONTROLLO CHE CI FA PERDERE IL CONTROLLO

“Una formica un giorno chiese ad un millepiedi:

<< Caro millepiedi, come fai a camminare così bene con tutti i tuoi mille piedi insieme? Come riesci a muoverli con armonia? Come riesci a controllare tutte le tue zampe contemporaneamente? >>

Il millepiedi cominciò a pensarci su e da quel momento non riuscì a camminare più”.

 

Questa storia è molto utile per capire il paradosso del controllo, ovvero: Il tentativo di controllare tutto, anche quello che non può essere controllato, conduce a perdere il controllo. Potrebbe sembrare paradossale, lo so, ma è così.

Spesso ci dimentichiamo che ci sono cose controllabili ed altre invece incontrollabili.

Per esempio arrossire, è una reazione sulla quale è pressoché impossibile intervenire ma può capitare che ci si sforzi di controllare questa reazione, fino arrivare di fatto, a perdere il controllo.

La vera forza nasce invece dalla consapevolezza di poterlo perdere.

Ciò che cerchiamo di controllare, finisce per controllarci.

Un po’ come quando sentiamo il desiderio di un bel gelato, ma ci rinunciamo per non mettere a repentaglio la linea…beh, spesso accade che per le ore successive si penserà a quel buon e fresco gelato finché, ci si ritroverà in gelateria a ordinare la coppetta formato famiglia.Questo è proprio il caso in cui il il desiderio di cibo che tentiamo di controllare, finisce per controllarci facendoci perdere il controllo sulla quantità ad esempio.

Gli esempi che si possono fare sono davvero tanti, anche perchè tendenzialmente siamo spinti a reiterare dei comportamenti disfunzionali e questa dinamica è determinata dalla paura o dalla rigidità mentale.

Perché la rigidità mentale è nostra nemica?

Adesso ve lo spiego con un esempio.

Cosa succede ad un bicchiere se cade a terra dall’alto? Si rompe in mille pezzi!

Cosa succede ad una gomma da cancellare se cade a terra dall’alto? Rimbalza, ma non si rompe. Rimane integra.

Ecco la rigidità è fragilità, la flessibilità è forza perché permette di adattarsi.

Quindi, sii flessibile, non cercare di controllare tutto, anche ciò che non lo è perché se davvero vuoi avere controllo nella tua vita devi perderlo.


COME TU MI VUOI

Vorrei cominciare questo articolo raccontando una storia che deriva dalla mitologia greca. Per capire dove voglio arrivare, leggila attentamente

Procuste era un brigante che offriva ospitalità a tutti i viandanti che si trovavano a transitare nei pressi della sua dimora.

Dopo aver offerto loro una cena generosa li faceva riposare su un letto.

E fin qui tutto ok. Nulla di strano. Anzi, molto ospitale questo Procuste.

Ma come spesso accade, per un servizio offerto, c’è un prezzo da pagare.

Procuste riteneva che il suo letto fosse perfettamente conforme alla struttura del viandante: e poiché non poteva cambiare le dimensioni del letto, egli cambiava quelle del viandante che vi si stendeva per riposarsi. La vittima quindi veniva stirata fino alla lunghezza desiderata se troppo corta rispetto al letto, o al contrario, amputata se sporgeva.

Bene, secondo te, dove vorrei portarti con questa macabra storia?

Prova a pensare a quella volte in cui ci si mette a dieta per riuscire ad entrare in quel paio di jeans di una taglia in meno, a quelle volte in cui si mette la carta dentro alle scarpe di un numero in più (a me è capitato. Erano talmente belle e talmente in saldo da essere l’ultimo numero. Che guarda caso non era il mio). Oppure quelle volte in cui ci si mette la maglia a maniche lunghe anche con 40 gradi per nascondere i tatuaggi sul lavoro ( no questa no, non mi è mai successo)

Insomma, ci capita spesso di adattarci, ad una situazione, ad un contesto, ad una relazione.

Procuste rappresenta l’omologazione, l’uniformità. Una sorta di giudice che misura l’adeguatezza. Il letto invece rappresenta uno standard. Quello che spesso viene chiamato: normalità. Il viandante simboleggia il tentativo di ogni essere umano di omologarsi ad un modello, o di cambiare sé stesso per conformarsi ad una circostanza, o adattarsi ad una situazione che non fa per lui. Rappresenta anche la pressione della società all’uniformità.

Ogni volta che reprimiamo parti di noi, desideri e bisogni perché li reputiamo non normali, o fuori standard, siamo vittime di Procuste. Ogni volta che cerchiamo di adattarci ad una relazione che ci fa stare male o ad un partner, pur di non rimanere soli, siamo vittime di Procuste. Ma questo mito greco, ci deve far ricordare di quanto sia alto il prezzo da pagare. Nel mito è la morte del corpo. Nella vita reale, è la morte del sé. È la morte dell’individualità.

Altre volte invece ci troviamo nei panni di Procuste. Succede ogni volta che cerchiamo di cambiare qualcuno per uniformarlo al nostro standard, a quello che reputiamo giusto.

Ogni persona quindi può essere a volte il viandante, altre volte Procuste. A volte la vittima, altre il carnefice. È solo attraverso la consapevolezza che la normalità non esiste e che gli standard sono dimensioni irrealistiche, che possiamo non essere né l’uno, né l’altro. Ma magari, possiamo essere Teseo.

Ah giusto, Teseo è colui che uccise Procuste. Teseo è l’eroe civilizzatore.


L'ABITO FA IL MONACO?

L’abito fa il monaco?

No! ecco possiamo già finire qui l’articolo. Ciao ragazzi, è stato bello.

Scherzo ovviamente. O meglio, la risposta è davvero no, però ci tengo ad approfondire un po’ il perché partendo proprio dalle basi.

Siamo fatti di carne, ossa e stereotipi. Non lo dico in senso negativo, ma perché è proprio così. È un dato di fatto. Gli stereotipi sono intrinseci nella natura umana.

Gli stereotipi hanno infatti l’obiettivo di renderci la vita più facile.

Semplificando il nostro muoverci nel mondo. Lo stereotipo non è altro che un insieme di caratteristiche applicate ad un oggetto, una persona, un gruppo eccetera.

Queste caratteristiche possono essere neutrali, negative, o positive.

Lo stereotipo rappresenta un modo di pensare in modalità risparmio energetico. Lo stereotipo si trasforma in pregiudizio quando diventa fisso ed immutabile.

Il pregiudizio è un giudizio a priori, un giudizio senza dati di esperienza.

Gli stereotipi riguardano tutti, non sempre consapevolmente, ma inconsciamente si. Il fatto che ragioniamo per stereotipi, ci conviene per una questione di praticità, perché ci porta rapidamente a delle conclusioni. Ma c’è un problema, stereotipi e pregiudizi ci impediscono di produrre pensieri autonomi e di conseguenza, impediscono la conoscenza.

Se ti dicessi che oggi suonerà a casa tua un rappresentate per proporti delle offerte in merito l’energia elettrica, immagino che tu ti aspetteresti un signore distinto, in giacca e cravatta (anche con 40 gradi all’ombra). Ecco questo è uno stereotipo. Ci aiuta a pensare più agevolmente, ricorrendo a schemi preconfezionati e da un certo punto di vista, a saltare alle conclusioni.

In realtà poi alla porta potrebbe apparire un ragazzo giovane, in jeans e maglietta, e magari anche con qualche tatuaggio in vista.

Questo per dire che gli stereotipi possono agevolarci la vita in alcuni casi, ma possono portarci fuori strada in altri.

Ma torniamo un po’ al nostro abito che NON fa il monaco…

L’abito non identifica il sè della persona, infatti molto spesso è frutto di scelte, anche in funzione degli altri o del contesto in cui si è chiamati a presenziare.

Per esempio potrei vestirmi elegante per un colloquio di lavoro anche se in realtà è uno stile che non mi appartiene e magari quegli abiti li si deve acquistare apposta per l’occasione.

La scelta dell’abbigliamento si fa ancora più importante in termini di attrazione sessuale.

Pensiamo per esempio al classico “primo appuntamento”, e pensiamo anche a quanto tempo si impiega generalmente per scegliere l’abito adatto, Questo perchè?

Semplice, perchè, ci vestiamo e ci trucchiamo per piacere e per piacerci, consapevoli che anche gli altri fanno lo stesso con noi.

Non solo, ma la scelta dell’abbigliamento può essere determinata anche dall’impressione che intendiamo dare di noi all’altra persona. D’altronde, siamo consapevoli che non c’è una seconda occasione per fare una buona “prima impressione”.

Gli stereotipi condizionano il nostro giudizio e di conseguenza ci conducono al pregiudizio. E tutto ciò diventa un limite nella nostra vita.

Gli stereotipi non devono essere abbattuti, ma vanno superati. Gli stereotipi sono storie e possiamo inventarne di nuove altrimenti ci costringono ad essere sempre le stesse persone, invece dobbiamo scegliere di essere persone diverse.