L'altra faccia del narcisismo
Quando sentiamo “narcisismo” pensiamo spesso a chi ama mettersi al centro, si specchia in ogni vetrina e non ascolta nessuno.
Eppure esiste una forma molto più diffusa e molto meno riconosciuta: il narcisismo vulnerabile. È silenzioso, insicuro, sottile. Vive in frasi come:
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“Scusa, forse ti sto disturbando…”
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“Non sarò mai abbastanza…”
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“Non voglio pesare…”
Sembra fragilità. Ma, sotto, c’è un bisogno fortissimo di essere visti, amati, riconosciuti.

1) Cos’è il narcisismo vulnerabile
Diverso dal narcisismo overt (esplicito e grandioso), il narcisismo vulnerabile è una autocentratura emotiva in ombra.
Non si manifesta con arroganza, ma con:
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ipersensibilità al giudizio,
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paura del rifiuto,
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bisogno continuo di approvazione.
Chi lo vive spesso non si sopravvaluta: si svaluta di continuo… ma con un sottofondo narcisistico, la convinzione (negativa) di essere speciale nella propria inadeguatezza. Il pensiero implicito suona così:
“Sono così imperfetto da essere unico nel mio dolore.”
In clinica si parla di Sé grandioso ferito: un’immagine ideale mai confermata ma nemmeno abbandonata (Kernberg; Kohut). Per Otto Kernberg è un narcisismo fragile, alimentato da vuoto interno e svalutazione.
Tradotto: non sei egocentrico, ma tutto ruota comunque attorno al bisogno di sentirti “abbastanza”.
2) Come si sviluppa
Il narcisismo vulnerabile spesso nasce in contesti in cui:
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l’amore era condizionato a risultato e prestazione (“Ti voglio bene se sei bravo”);
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il bisogno veniva letto come debolezza;
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l’errore veniva trattato con vergogna o freddezza.
Si impara allora che:
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esprimere bisogni = pesare troppo;
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mostrarsi sicuri = essere arroganti;
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ricevere attenzione = colpa.
Così si forma un Sé fragile, sempre in confronto con gli altri: desidera approvazione ma si sente a disagio quando la riceve; brama affetto ma teme di perderlo appena arriva. È un sistema relazionale paradossale: ogni conferma è insieme sollievo e minaccia.
È come dire al mondo: “Abbracciami… ma non troppo forte.”
3) Come si manifesta (nella vita di tutti i giorni)
Il narcisismo vulnerabile può presentarsi così:
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richiesta ricorrente di rassicurazioni (“Dimmi che vado bene… ma non troppo!”);
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risentimento verso chi riceve attenzione;
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rabbia passiva quando ci si sente ignorati;
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ipersensibilità a rifiuto e critica (“Se mi critichi, confermi che valgo poco”);
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iper-adattamento nelle relazioni per evitare l’abbandono.
Il risultato è doloroso: ci si sente “sbagliati” se si cerca approvazione e “sbagliati” se la si riceve. Sotto, la sensazione familiare di non essere mai abbastanza—per nessuno, nemmeno per sé.
Conclusione
Il narcisismo non è solo “guardami, sono il migliore”.
È anche: “Guardami e dimmi che valgo qualcosa, perché da solo non ci riesco.”
Non è una colpa. È un bisogno umano, antico. Può trasformarsi—non se lo neghi, ma se lo riconosci.
Chi porta questo bisogno merita uno sguardo nuovo: non per “abbattere l’ego”, ma per ricostruire un Sé che non è mai stato davvero accolto.
Come ricordava Jung: “Fino a quando non diventerai consapevole di ciò che hai dentro, lo chiamerai destino.”
La consapevolezza non cancella la fragilità, ma le restituisce dignità e spazio per crescere.
Guarda il reel: https://www.instagram.com/reel/DM2U2ubMECF/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA==
Perché desideriamo proprio ciò che non possiamo avere?
C’è un paradosso affascinante che tocca quasi tutti noi: desideriamo con più intensità ciò che non possiamo avere.
Quella persona inarrivabile, quella vita che immaginiamo perfetta, quel progetto che sembra sempre un passo oltre la nostra portata… li inseguiamo, li idealizziamo.
Eppure, quando qualcosa di reale, concreto e accessibile si avvicina, capita di sentire l’impulso di sabotarlo o ridimensionarlo.
La vera domanda, allora, non è solo: “Perché desidero l’impossibile?”, ma piuttosto:
“Che cosa mi protegge, questo desiderio?”

Il desiderio come distanza protettiva
Freud lo diceva chiaramente: il desiderio non è fatto per essere soddisfatto. È una spinta che alimenta la mancanza, mantenendoci vivi… ma sempre un po’ lontani dal centro.
Desiderare ciò che non possiamo avere ci mantiene in un equilibrio noto: l’attesa, la tensione, la speranza. È un terreno familiare, che rassicura.
Il paradosso è che desiderare l’inaccessibile spesso diventa un modo per non affrontare ciò che invece potremmo davvero avere.
Perché il possibile — quello vicino e tangibile — richiede responsabilità, scelte, trasformazioni.
Esempi?
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È facile innamorarsi di chi non ti corrisponde. Più difficile è aprirsi a chi ti vede davvero.
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È semplice sognare una vita radicalmente diversa. Molto più impegnativo è fare quella telefonata che può avviare un cambiamento concreto.
Quando il desiderio è più sicuro da lontano
Lacan parlava di come il desiderio sia sempre “il desiderio dell’Altro”. Non dell’oggetto in sé, ma della mancanza che esso rappresenta.
Il punto critico arriva quando ciò che vogliamo inizia a diventare possibile. A quel punto non sentiamo euforia, ma paura: paura di perdere, di fallire… e persino di riuscirci.
Perché se ottengo quello che volevo… chi divento, adesso?
Il desiderio irrealizzabile funziona allora come una zona sicura: è come guardare un tramonto mozzafiato dietro un vetro. Emozionante, commovente… ma senza sporcarti, senza cambiarti davvero.
Il desiderio come protezione dal contatto reale
Lo psicoanalista Christopher Bollas parlava di “oggetti trasformativi”, esperienze o relazioni che, se vissute, ci cambiano in profondità.
Ed è proprio questo il punto: il cambiamento autentico richiede di mettersi in gioco, di abbassare le difese, di rischiare di non sapere più chi siamo.
E spesso questo fa più paura del fallimento.
Così ci rifugiamo nell’impossibile, che diventa un alibi elegante:
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Vuoi pubblicare un libro, ma non invii mai il manoscritto.
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Desideri una relazione stabile, ma ti innamori solo di chi non è disponibile.
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Sogni un nuovo lavoro, ma rifiuti ogni proposta concreta perché “non è proprio quella giusta”.
Non è incoerenza. È protezione emotiva.
Il desiderio come sceneggiatura
Molti vivono dentro desideri inaccessibili come se fossero copioni già scritti. La persona ideale, la vita alternativa, la storia che “poteva essere”… diventano sceneggiature che rassicurano perché mantengono stabile l’identità.
“Sono quella che sogna, che rincorre, che non è mai del tutto felice.”
Uscire da questa narrazione significa abbandonare la zona conosciuta. E a volte stare male in un dolore familiare sembra più sopportabile che aprirsi a una gioia nuova.
Sognare è vitale. Senza desiderio non ci sarebbe movimento.
Ma se il sogno diventa un alibi per non vivere il reale, allora restiamo intrappolati in un eterno “quasi”.
Non tutto ciò che desideriamo è sbagliato. Ma vale la pena chiederci:
“Sto davvero cercando questo… o sto evitando qualcos’altro?”
Perché la paura più grande non è sempre fallire. A volte è avere successo… e dover cambiare.
Ed è proprio lì che comincia la trasformazione vera: non nel rincorrere, ma nel fermarsi, scegliere, e finalmente, vivere.
RUOLI INVISIBILI in famiglia che ti segnano per sempre
Ti sei mai accorto che, quando torni in famiglia, ti comporti in modi che ormai non ti appartengono più?
Magari diventi quello che calma tutti, quello che si ribella, quello che deve essere perfetto… o quello che resta in disparte.
Non è un caso. Sono i ruoli invisibili che ci portiamo dietro dall’infanzia: copioni silenziosi che ci hanno aiutato a sopravvivere allora, ma che ci condizionano ancora oggi.

Cosa sono i ruoli invisibili
I ruoli familiari non sono scelte consapevoli. Nessun bambino si alza un mattino e proclama: “Io faccio il ribelle, tu fai il pacificatore!”.
Sono strategie di adattamento: modi impliciti per garantirci attenzione, riconoscimento o semplicemente un po’ di equilibrio in mezzo alle tensioni.
Il problema? Con il tempo questi ruoli diventano così profondi da sembrare identità. Da adulti rischiamo di confonderci con essi, come se non ci fosse alternativa.
Il Pacificatore
Il pacificatore da piccolo calma i litigi, smussa i contrasti, si prende sulle spalle la pace familiare. Ha imparato che il suo valore sta nel non disturbare e nel tenere tutti sereni.
Da adulto diventa la persona che non sa dire di no, che evita i conflitti a ogni costo, sacrificando sé stesso pur di mantenere l’armonia. Dietro quella calma apparente si nasconde spesso il timore profondo di essere rifiutato se osa esprimere rabbia o bisogno.
Il Ribelle
Il ribelle rompe gli schemi, provoca, si oppone pur di non sentirsi schiacciato. Ha interiorizzato il messaggio: “Non andrò mai bene, devo combattere per esistere”.
Da adulto rincorre la libertà a ogni costo, diventa allergico ai vincoli e alle regole. Ma spesso fatica a fidarsi davvero e resta con la sensazione di non avere un posto legittimo in cui sentirsi parte.
Il Figlio Perfetto
Il figlio perfetto è impeccabile: buoni voti, zero errori, sempre all’altezza delle aspettative. Dentro di sé sente: “Se sbaglio, non valgo più”.
Da adulto vive con ansia da prestazione, misura il proprio valore solo attraverso i risultati, e teme che la minima imperfezione faccia crollare l’amore degli altri. Il successo diventa una corazza, ma anche una prigione.
Il Fantasma
Il fantasma non dà problemi, resta in disparte, impara presto a non chiedere. Il suo messaggio interiore è doloroso: “Se non do fastidio, forse sarò accettato”.
Da adulto fatica a farsi vedere, a esprimere bisogni e desideri. Vive con la paura di disturbare, come se non avesse davvero il diritto di occupare spazio.
Non solo limiti, anche risorse
Questi ruoli non sono solo gabbie: contengono anche risorse preziose.
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Il pacificatore sa cogliere le emozioni altrui.
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Il ribelle conosce il valore della differenza e il coraggio del “no”.
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Il figlio perfetto ha sviluppato disciplina e determinazione.
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Il fantasma porta con sé capacità di osservazione e profondità.
Il nodo sta nel trasformarli da obblighi inconsci a scelte consapevoli. Non si tratta di cancellare il passato, ma di integrarlo: riconoscere le qualità senza restarne prigionieri.
Come uscirne
Il primo passo è riconoscerli. Accorgersi che non sei “fatto così” e basta, ma che stai recitando un copione antico.
Il secondo passo è scegliere. Portare con te le risorse, lasciando andare le catene.
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Il pacificatore può imparare a dire di no senza sentirsi cattivo.
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Il ribelle può fidarsi senza perdere libertà.
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Il perfetto può accettare di sbagliare senza perdere valore.
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Il fantasma può scoprire che chiedere spazio non significa disturbare, ma vivere.
Per concludere
I ruoli invisibili in famiglia non sono colpe: sono adattamenti.
Hanno protetto il bambino che sei stato. Ma oggi non sei più obbligato a restare lì.
La consapevolezza è il primo passo per smettere di recitare vecchi copioni e iniziare a scrivere la tua storia.
Quello che non sopporti nel partner… parla di te
C’è un fenomeno curioso nelle relazioni: spesso ciò che proprio non riusciamo a sopportare nel nostro partner non riguarda solo lui o lei… ma ha molto a che fare con noi stessi.
Quella caratteristica che ci irrita, che ci manda fuori di testa, non è sempre “il problema dell’altro”: spesso è uno specchio che riflette le parti di noi che non vogliamo vedere.
La teoria dello specchio
In psicologia questa dinamica ha un nome: proiezione.
Freud la descriveva come un meccanismo di difesa: quello che non tolleriamo in noi, lo attribuiamo agli altri.
Jung, invece, parlava di ombra: quella zona nascosta della nostra personalità che preferiamo ignorare, ma che ci irrita terribilmente quando si manifesta nelle persone vicine.
Così, il partner diventa un promemoria vivente delle parti di noi che cerchiamo di reprimere.

Immagina: sei iper-controllato e non sopporti che il tuo partner sia spontaneo, caotico, persino sbadato. Dentro di te c’è la voce che dice: “Vorrei anch’io mollare il controllo… ma non posso. Allora mi arrabbio con te che lo fai al posto mio!”
Oppure l’opposto: sei un tipo che vive alla giornata, e odi il partner che programma tutto nei minimi dettagli. Perché? Perché ti ricorda la tua difficoltà a mettere ordine e disciplina nella tua vita.
In realtà non stai litigando con lui o lei: stai litigando con una parte di te stesso.
Quando l’altro tocca le nostre corde più intime
In coppia queste dinamiche diventano particolarmente potenti, perché il partner ci è vicino, entra nelle zone più sensibili della nostra identità.
Quello che non accettiamo in noi stessi, lo combattiamo nell’altro.
La psicoterapeuta Esther Perel lo spiega bene: non scegliamo un partner solo per ciò che ci attrae, ma anche per ciò che ci infastidisce e ci costringe a crescere. Doloroso? Sì. Ma anche profondamente trasformativo.
Se non riconosci questa dinamica, rischi di vivere in un loop infinito.
Lasci un partner perché “troppo geloso”, poi ne trovi un altro che sembra diverso… e dopo un po’ ti ritrovi con gli stessi conflitti, in forme nuove. Perché? Perché non stai scappando da lui o da lei: stai scappando da te stesso.
Come uscirne
La soluzione non è rassegnarsi né cercare di “correggere” il partner.
La vera domanda è: cosa sta risvegliando in me questo comportamento?
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È una parte che nego?
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Una qualità che non mi concedo di vivere?
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Una ferita che non ho ancora elaborato?
Esempio: se odi la gelosia dell’altro, forse devi fare i conti con la tua paura dell’abbandono.
Se non sopporti la sua insicurezza, forse ti scontri con quella parte vulnerabile che in te hai imparato a mascherare.
Non è colpa del partner: è lo specchio che ti mostra la tua ombra.
Alla fine, il partner è un po’ come quei camerini con le luci impietose che ti mostrano ogni difetto. Puoi arrabbiarti con lo specchio… oppure puoi scegliere di guardarti con onestà.
La relazione, allora, non è solo un campo di battaglia, ma diventa un laboratorio di consapevolezza.
Perché, come ricordava Jung: “Ciò che non viene portato alla coscienza ritorna sotto forma di destino”.
E spesso, quel destino ha il volto di chi ci dorme accanto.
Il caso “Mia moglie”: cosa rivela davvero questo fenomeno virale
Negli ultimi anni il gruppo Facebook “Mia moglie” è diventato un fenomeno virale: centinaia di migliaia di iscritti, post quotidiani, meme e racconti che hanno rapidamente superato i confini della community per arrivare ai giornali, ai talk show e persino alle chiacchiere da ufficio. L’idea è semplice: uomini che raccontano episodi della loro vita matrimoniale con ironia, spesso dipingendo la moglie come ipercontrollante, brontolona o gelosa.
A uno sguardo superficiale sembra solo intrattenimento: battute leggere, la solita comicità da bar che prende in giro la quotidianità di coppia. Eppure, il successo enorme di questo gruppo ci dice che dietro la risata c’è qualcosa di più. Colpisce perché parla a un immaginario comune, perché mette in scena ruoli che riconosciamo tutti — nel bene e nel male. E soprattutto perché ci ricorda quanto, ancora oggi, il matrimonio venga spesso raccontato attraverso stereotipi più che attraverso la realtà delle relazioni.
L’immaginario culturale
Il modo in cui gli uomini parlano della moglie dentro questi spazi non nasce oggi, né da un singolo gruppo. Affonda le radici in un immaginario culturale antico, fatto di barzellette da osteria, proverbi popolari e sketch comici: la moglie come figura autoritaria che sgrida, controlla, limita. L’uomo, al contrario, viene descritto come il marito “bonaccione”, apparentemente vittima delle regole di casa.
Questa narrazione non è casuale: per secoli la cultura patriarcale ha consegnato agli uomini la sfera pubblica — lavoro, politica, socialità — e alle donne quella privata — famiglia, figli, casa. In questo equilibrio, spesso squilibrato, l’ironia ha funzionato come una valvola di sfogo: ridicolizzare la moglie era un modo per sdrammatizzare il peso delle responsabilità domestiche e allo stesso tempo per rinsaldare la complicità tra uomini.
Nei social questa dinamica cambia forma ma non sostanza: le vecchie barzellette diventano post e meme, le risate del bar si trasformano in like e condivisioni. Il gruppo diventa così una sorta di folklore digitale, un archivio collettivo che ripropone ruoli stereotipati e li amplifica. L’ironia diventa scudo e linguaggio comune: dietro la battuta si nasconde spesso la difficoltà maschile a nominare davvero le proprie emozioni, paure e insicurezze all’interno della coppia.
E forse è proprio questo il motivo per cui il fenomeno ha colpito così tanto: non si tratta solo di “fare ridere”, ma di mettere in scena — in modo distorto e caricaturale — la tensione che ancora oggi attraversa i rapporti di coppia tra uomini e donne.
Le dinamiche psicologiche individuali
Quando si osservano da vicino le interazioni nei gruppi come “Mia moglie”, si nota che non si tratta semplicemente di “uomini che scherzano”. Dietro la leggerezza dichiarata si muovono dinamiche psichiche complesse, che dicono molto sul modo in cui parte della maschilità contemporanea affronta — o evita di affrontare — il tema della relazione.
Oggettivazione sessuale.
In moltissimi post la moglie non è più rappresentata come una persona, ma come un oggetto da esibire o ridicolizzare. È una trasformazione sottile ma potente: la partner reale, con emozioni e desideri, scompare dietro una caricatura, spesso iper-sessualizzata o infantilizzata. In psicoanalisi questo viene descritto come scissione: l’uomo separa la dimensione erotica dalla dimensione affettiva, proiettando il desiderio sul corpo-immagine e negando la complessità della persona. Questo meccanismo, apparentemente innocuo, consente di “consumare” la moglie come oggetto narrativo senza doversi confrontare con la sua soggettività.
Bisogno di potere e controllo.
Esibire dettagli della vita coniugale davanti ad altri uomini produce un senso di dominio: è come se il corpo della donna diventasse una proprietà da mettere in mostra. Non è solo il piacere dello scherzo, ma la gratificazione di mostrare agli altri di avere accesso a qualcosa che, culturalmente, viene ancora vissuto come “risorsa femminile” a disposizione dell’uomo. In questo senso, la sessualità non è tanto vissuta come incontro, ma come territorio di potere.
Complicità maschile.
Il collante del gruppo non è tanto il contenuto dei post, quanto il riconoscimento sociale che ne deriva. La risata degli altri, i commenti compiacenti, gli applausi virtuali diventano il vero carburante. Qui emerge una dinamica antica: l’uomo non cerca la validazione della partner, ma quella dei pari. Il gruppo funziona come un coro che dice: “non sei solo, sei come noi, sei dei nostri”. È una fratellanza tossica che non nasce dall’intimità, ma dalla condivisione della svalutazione.
Anestesia emotiva.
Molti partecipanti minimizzano: “è solo goliardia”, “è solo ironia”. Questo atteggiamento, in psicologia, è un tipico meccanismo di difesa: serve ad anestetizzare la responsabilità, a non percepire il danno che viene arrecato. In questo modo, la violenza simbolica — ridurre una donna a una barzelletta o a un trofeo — viene normalizzata e resa invisibile. Ma dietro la maschera della leggerezza c’è un rifiuto di guardare in faccia la propria parte aggressiva, e soprattutto l’effetto che queste parole producono su chi le subisce.
Le dinamiche socio-culturali
Se guardiamo oltre l’individuo, e quindi vogliamo esaminare la dimensione collettiva e inconscio sociale, il fenomeno appare come la riproduzione digitale di un immaginario che viene da molto lontano. Potremmo chiamarlo inconscio collettivo patriarcale: un insieme di simboli, battute, pratiche che si sono sedimentate per secoli, legittimando la superiorità maschile e il possesso del corpo femminile.
Patriarcato e possesso.
Per lunghissimo tempo, il corpo delle donne è stato trattato come una proprietà: un bene di famiglia, un segno di onore, un oggetto di scambio tra uomini. La moglie non era una persona autonoma, ma un’estensione del marito. Nei post dei gruppi come “Mia moglie” questo immaginario ritorna in forma “leggera”: la donna diventa di nuovo proprietà di cui ridere, da gestire, da esibire. Cambia il contesto (non più il bar di paese, ma Facebook), ma resta intatta la logica: la moglie come territorio maschile.
Voyeurismo come rito tribale.
Condividere aneddoti, immagini o confessioni intime produce un senso di appartenenza alla comunità maschile. È una sorta di rito di iniziazione, dove ciò che conta non è tanto il contenuto, ma il fatto di farne parte. Si crea l’illusione di un sapere segreto: gli uomini “sanno di più” delle donne stesse, ridono della loro vulnerabilità, si scambiano confidenze che escludono le dirette interessate.
Da un punto di vista junghiano, potremmo leggere questo fenomeno come l’espressione dell’ombra collettiva: quell’insieme di impulsi repressi — desiderio di possesso, aggressività sessuale, paura della vulnerabilità — che non trovano spazio nel discorso pubblico, ma che esplodono in contesti informali e apparentemente “giocosi”. Il gruppo, in questo senso, diventa un contenitore in cui l’ombra maschile si esprime senza censure, protetta dal numero e dalla normalizzazione sociale.
In questo quadro, ciò che appare come leggerezza rivela invece un intreccio profondo di difese psicologiche individuali e di retaggi culturali collettivi. Non basta liquidare il fenomeno come “ironia innocua”: è un sintomo, una lente attraverso cui osservare la difficoltà maschile ad affrontare l’intimità in modo autentico, senza rifugiarsi nello stereotipo o nel branco.
Dalla battuta, alla verità
Guardando il fenomeno “Mia moglie”, possiamo ridere, scuotere la testa o indignarci. Ma quello che colpisce davvero è che dietro la comicità superficiale si intravedono bisogni profondi: il bisogno maschile di appartenenza, la difficoltà a gestire l’intimità, la paura di mostrarsi vulnerabili senza perdere status.
La risata diventa un anestetico: permette di parlare di coppia senza parlarne davvero, di nominare la moglie senza ascoltarla mai, di esorcizzare la fragilità trasformandola in barzelletta. Ma questa leggerezza ha un costo: mantiene vivi stereotipi che impoveriscono le relazioni, riducono la donna a caricatura e l’uomo a un eterno adolescente incapace di confrontarsi con la complessità del rapporto.
Eppure, proprio in questo fenomeno c’è una possibilità: dimostra che gli uomini hanno bisogno di raccontarsi la vita di coppia, anche se oggi lo fanno in modo distorto. Forse il passo successivo potrebbe essere quello di costruire spazi — reali e digitali — dove parlare non significhi svalutare, ma condividere. Dove la moglie non sia più un personaggio da schernire, ma una partner con cui confrontarsi.
Dal sarcasmo alla sincerità, dal branco alla coppia: è lì che si gioca la sfida. Non si tratta di smettere di ridere, ma di imparare a ridere con l’altro, non dell’altro. Perché una relazione autentica comincia quando l’ironia non serve più a nascondere, ma a raccontare la verità con leggerezza.
SOGNARE UNA PERSONA: significato
Cosa significa sognare una persona? Questo è un argomento che incuriosisce molti e che ci offre l’opportunità di entrare in contatto con le parti più profonde della nostra psiche.
Proiezione e simbolismo
Quando sogniamo una persona, non stiamo davvero sognando quella persona in senso letterale. Nel sogno, ogni persona rappresenta una parte simbolica della nostra psiche. Questo concetto, che troviamo anche nei lavori di Carl Gustav Jung, ci invita a vedere ogni figura onirica come un riflesso di noi stessi.
Esempio: Immaginiamo di sognare un vecchio amico con cui non abbiamo più contatti. Questo sogno potrebbe rappresentare un lato di noi stessi che associamo a quella persona, magari una caratteristica come la spensieratezza o il coraggio che stiamo cercando di riaccendere nella nostra vita.

Elaborazione della relazione
Il sogno può anche essere un mezzo attraverso cui la nostra mente elabora le relazioni interpersonali. Se sogniamo una persona con cui abbiamo un rapporto importante, il sogno potrebbe rappresentare il bisogno di chiarire sentimenti, risolvere conflitti o consolidare un legame. Esempio: Se sogniamo un collega con cui abbiamo avuto una discussione, potrebbe indicare un conflitto interiore legato alla nostra sicurezza sul lavoro o al desiderio di affermazione.
Tuttavia, anche in questo caso, il focus è sempre su di noi: la relazione esterna diventa uno specchio di quella interna.
Il contesto del sogno
Un aspetto fondamentale da analizzare è il contesto: cosa state facendo insieme alla persona nel sogno? Ad esempio, se sogni di discutere con qualcuno, potrebbe rappresentare un conflitto interiore. Se invece state collaborando, potrebbe indicare un’integrazione di quella parte simbolica nella tua vita.
Avere un rapporto sessuale con una persona potrebbe invece significare un desiderio di unione con la parte di te che rappresentata da quella persona.
Ogni personaggio è una parte di te
Un altro punto centrale è che ogni personaggio del sogno (ovvero persone che però nella vita reale non conosciamo) è un personaggio interiore. La mente costruisce un cast di figure che simboleggiano diversi aspetti di noi stessi: il genitore severo, il bambino gioioso, l’artista creativo. Queste rappresentazioni ci offrono un’occasione unica per esplorare e comprendere meglio il nostro mondo interiore.
Esempio: Sognare un genitore autoritario può riflettere la nostra voce interiore critica, che ci spinge a fare di più o meglio, oppure il bisogno di liberarsi da regole autoimposte.
Il Ruolo delle Emozioni
Le emozioni che proviamo nel sogno sono un ulteriore elemento di analisi. La paura, la gioia, la rabbia ci indicano quali aspetti della nostra psiche stanno emergendo e come li stiamo vivendo. Sigmund Freud sottolineava come i sogni “son desideri…ah no scusate” siano la “via regia” per accedere all’inconscio, mentre Jung li vedeva come messaggeri che ci guidano verso l’individuazione.
Esempio: Sognare di essere felice mentre parli con un amico può indicare che stai integrando aspetti positivi di te stesso o che hai raggiunto un certo equilibrio interiore.
Altri Aspetti da Considerare
- Ricorrenza del sogno: Se sogni una persona spesso, potrebbe indicare un tema ricorrente nella tua vita che necessita attenzione.
- Esempio specifico: Sognare ripetutamente un capo potrebbe suggerire un tema irrisolto legato alla tua carriera o al potere.
- Simboli secondari: Non solo la persona, ma anche gli oggetti, i luoghi e le azioni nel sogno hanno un significato simbolico.
- Esempio specifico: Sognare una casa mentre parli con qualcuno potrebbe rappresentare il tuo senso di sicurezza o il modo in cui ti relazioni al tuo spazio interiore.
- Stato attuale della vita: Il sogno può riflettere questioni irrisolte o aspetti emergenti della tua vita quotidiana.
Sognare una persona è un invito a esplorare una parte di noi stessi. Non è un messaggio diretto da quella persona, ma una rappresentazione simbolica del nostro mondo interiore. Analizzare il sogno con attenzione, considerando il contesto, le emozioni e i simboli, ci permette di crescere e conoscerci meglio.
LA PAURA di entrare in RELAZIONE
Avere relazioni dove l’altro è indisponibile o, non completamente magari perché già impegnato. Fare di tutto per conquistare qualcuno e poi quando accade, non volerlo più.
Sono aspetti che hanno un comune denominatore: la paura dell’intimità.
Si potrebbe desiderare fortemente una relazione, e al tempo stesso averne paura. Perché essere intimi con qualcuno significa entrare in forte connessione con l’altro, sentirsi al sicuro e a proprio agio in una relazione.
Essere intimi con qualcuno significa condividere i propri sentimenti, pensieri ed emozioni. Significa fidarsi dell’altro. E tutto questo per alcuni, potrebbe essere vissuto come qualcosa di pericoloso.

So che potrebbe sembrare paradossale perché in fondo avere intimità con il partner porta a vivere una relazione appagante e nutriente, dove potersi sentire accolti, ascoltati, compresi e desiderati. In una relazione con queste caratteristiche ci si può sentire liberi di mostrarsi per quello che si è.
Tutto questo sembra assolutamente bello/bellissimo, allora perché si ha paura dell’intimità?
Generalmente la persona che ha paura dell’intimità è colei che non riesce a lasciarsi andare, a perdere il controllo, a fidarsi ed affidarsi. Entrare in intimità prevede infatti anche mostrare le proprie vulnerabilità e insicurezze. La persona che ha paura dell’intimità non è disposta a fare questo. Quindi oltre a non farsi conoscere, non può conoscere l’altro in modo autentico.
La persona che ha paura dell’intimità percepisce le relazioni come un rischio e per questo motivo quando entrano in relazione sono guardinghe, e comunque rimangono sempre in superficie. Senza andare in profondità. Inevitabilmente questo si traduce nel vivere relazioni asettiche, non soddisfacenti che confermeranno le convinzioni di base , cioè che è meglio non fidarsi dell’altro o lasciarsi andare.
La paura dell’intimità è in realtà la paura di qualcos’altro, ad esempio la paura di essere abbandonati o feriti, la paura di mostrarsi per quel che si è. Questa è una paura che deriva dalla storia di vita della persona, in particolare dalla sua infanzia. Pensiamo ad esempio a quelle persone che hanno strutturato uno stile di attaccamento di tipo evitante.
Due delle dinamiche che sono alla base della paura dell’intimità sono:
- Evitamento: Magari per quelle persone che nella propria storia hanno sperimentato le relazioni come qualcosa di incerto, insicuro. Che hanno sperimentato il distacco emotivo fin dall’infanzia e di conseguenza il rifiuto, quindi imparano ad essere emotivamente indipendenti e a tenere lontana l’intimità, come una forma di difesa per evitare il dolore. Ed allora si vivono le relazioni, ma in maniera superficiale, senza andare in profondità.
- Non sentirsi abbastanza: A volte inoltre capita che le persone si servano dell’altro, per sentirsi amati, scelti, desiderati. Ma non per creare una vera e propria relazione. In questi casi spesso, c’è un’idea profonda di non valere abbastanza. Questa sensazione conduce inevitabilmente alla paura di mostrarsi per ciò che si è, per paura che l’altro possa scoprire “la fregatura”.
Tipi di famiglia disfunzionale
È vero, non è sempre colpa dei genitori, ma la famiglia è il nucleo di base in cui si cresce, quindi, inevitabilmente, lascia un’impronta molto profonda. Non è un caso infatti che nel formare una nuova famiglia si tendono a ripetere i modelli avuti di esempio da bambini, siano essi giusti o meno. Inoltre spesso tendiamo a ripetere i modelli di relazione appresi nella famiglia di origine e a rimetterli in atto.
Crescere in una famiglia disfunzionale, significa crescere in un ambiente tossico dove vige l’invalidazione e tutto ciò può essere terreno fertile per la strutturazioni di importanti conseguenze nella vita adulta della persona. Conseguenze che possono coinvolgere la persona stessa e le sue relazioni.

Indubbiamente i modelli famigliari disfunzionali sono davvero tanti e possono declinarsi in tante forme.
Qui ve ne elencherò tra i più frequenti.
Nel video in fondo alla pagina ne troverai altri.
SACRIFICARSI
In queste famiglie vige il mito del sacrificio. Il genitore si sacrifica in nome della famiglia. Lo fa perché lo ritiene necessario. Generalmente questo ruolo viene esercitato dalla figura materna e questo probabilmente ha delle ragioni legate ad aspetti socio-culturali. Infatti indirettamente la società comunica alla donna che ad un certo punto della sua vita dovrà dedicarsi alla famiglia, ed esistere solo in qualità di madre o moglie.
In queste famiglie non si esita a sottolineare ai figli i sacrifici e le rinunce fatte. Non c’è spazio per il piacere ma solo per il dovere e il sacrificio. Ci si sente costretti a vivere in funzione di doveri verso la famiglia. Dietro a questo c’è spesso una richiesta implicita del genitore, ovvero quella della gratitudine e dello scambio, da parte dei figli. Il genitore sacrificante si trasforma in vittima quando questo non accade con conseguenza senso di colpa del figlio.
Nelle famiglie con queste dinamiche si verifica spesso anche il cosiddetto accudimento invertito, dove i figli fanno i genitori dei genitori.
IPERPROTEZIONE
Questo modello familiare si caratterizza per la paura verso il mondo esterno. I genitori fanno vivere i figli sotto una campana di vetro, giustificando il tutto con il troppo bene. Quando invece la realtà è che loro stessi hanno paure e timori verso il mondo.
Queste famiglie sono caratterizzate da controllo e privazione della libertà. Una dinamica tale crea dipendenza eccessiva, grande insicurezza e limita fortemente la crescita e lo sviluppo personale dei figli. Non permette l’individuazione. Non permette la costruzione di una buona autostima. Il bambino non riuscirà a strutturare la fiducia in sé stesso e da adulto potrebbe non sentirsi all’altezza delle situazioni o delle relazioni. Non riuscirà nemmeno a strutturare fiducia negli altri, quindi non è raro che i le relazioni e le situazioni n età adulta vengano vissute con ipercontrollo, disfattismo e pessimismo.
Per conoscerne altri, e per alcuni approfondimenti, puoi guardare il video qui sotto
ASPETTATIVE - quando sono amiche e quando nemiche?
Ci aspettiamo di mangiare una pizza pomodoro e mozzarella se si ordina una margherita. Ci aspettiamo che ogni automobilista si fermi al semaforo rosso.
Insomma, le aspettative fanno parte della nostra vita, sono inevitabili. Di fatto sono delle convinzioni, delle previsioni a proposito di eventi futuri riguardanti noi stessi, gli altri o situazioni specifiche.
Attraverso le aspettative ci costruiamo degli scenari che riteniamo probabili e che utilizziamo come guida per agire o per prendere decisioni.

Di concreto c’è il fatto che si formano a partire dalle informazioni che abbiamo in base alla nostra esperienza passata o per esperienza indiretta. Se per esempio un amico ci consiglia un hotel nel quale soggiornare perché ci ha vissuto un week end da favola, molto probabilmente ci aspetteremo di stare alla grande.
Le aspettative hanno però un’altra caratteristica, di cui spesso ci si dimentica, sono soggettive e quindi sono soggette ad errori di valutazione. Non sono un’effettiva previsione della realtà. Non sono certezze.
Le aspettative spesso riguardano gli altri, i nostri amici, il partner, i figli ecc sono però unidirezionali perché nascono da noi stessi. A volte per esempio ci aspettiamo che il nostro partner si accorga del nostro malessere, oppure che il nostro amico ci dia un passaggio al lavoro dato che quando ce lo chiese lui accettammo.
La loro funzione qual è? Di fatto è quella di è prepararci ad agire. Prepararci mentalmente per il futuro e questo ci permette di creare un piano d’azione. Mettono ordine nel caos della vita. Provate infatti ad immaginare come ci sentiremmo senza sapere cosa mangeremo se ordiniamo una pizza margherita o cosa succede quando il semaforo diventa rosso.
Quindi le aspettative, in un qualche modo, sono nostre alleate. In alcuni casi però conducono a frustrazione perché a volte ci si dimentica che aspettarsi che accada qualcosa non lo farà necessariamente accadere. Ci dimentichiamo che le aspettative, non sono certezze.
Avete mai sentito parlare di pensiero magico? Jean Piaget fu il primo a parlarne. È il fenomeno secondo il quale i bambini piccoli hanno difficoltà a distinguere il mondo soggettivo che creano nella loro mente e quello esterno e oggettivo. E per questo spesso sono convinti che i loro pensieri possano far accadere le cose.
Diventare adulti però non ci preserva dal mettere in atto questo meccanismo, infatti, a volte accade che continuiamo ad avere diverse forme di pensiero magico. Pensiamo per esempio alla “legge di attrazione”. Molte persone sono convinte che aspettarsi che qualcosa accada lo renda possibile. Sarebbe bello se fosse davvero così.
Le nostre aspettative spesso riflettono solo un desiderio o una probabilità – a volte anche remota – che qualcosa possa accadere. Ci troviamo in alcuni casi a sovrastimarne la probabilità. Quando perdiamo di vista questa prospettiva ci traiamo una trappola. È proprio in questo caso che le aspettative diventano un capestro e non sono più nostre alleate.
Margaret Mitchell dice: “La vita non è obbligata a darci ciò che ci aspettiamo”.
Possiamo aspettarci qualcosa, ma non è detto che ciò poi si realizzi. Si, è vero, alcune cose sono più probabili di altre, ma non dobbiamo aspettarci di avere sempre ragione.
Anche perché un’aspettativa che vogliamo che si realizzi a tutti i costi, non è un’aspettativa, ma una pretesa.
Che badate bene, non è sempre qualcosa di negativo. Alcune pretese sono assolutamente legittime: il pagamento di un lavoro svolto, conoscere le conseguenze di un intervento chirurgico ecc.
Era per dire che sono due cose diverse, con due razionali diversi.
INSICUREZZA, SENSO DI INADEGUATEZZA
Siamo nel bel mezzo di un’epidemia, no, non mi riferisco al covid, ma all’epidemia di insicurezza, di sentimento di inadeguatezza.
Le persone che si rivolgono a me lo fanno principalmente per sanare la loro insicurezza, la loro bassa autostima.

Ahimè questo ce lo dice anche la cronaca, molti sono i suicidi, soprattutto tra i giovani, in particolare in ambito universitario.
Quello che spinge ad un gesto simile è nella maggior parte dei casi, la sensazione di essere dei falliti, la sensazione di non essere all’altezza.
Non essere all’altezza. Si, ma di cosa?
Perché se ci pensiamo bene, figurativamente, questa frase fa intendere che vi sia un metro di misura, uno standard che decreta un’adeguatezza, in termini di caratteristiche o prestazioni.
Questi standard sono fissati dagli altri. A volte dalla famiglia, ma ancor più spesso dalla società che è sempre più richiedente. È una società che impone dei modelli irrealistici e inarrivabili. E se ci si confronta con l’irraggiungibilità, come ci si potrà mai sentire? Non all’altezza, è ovvio.
Tutto questo viene poi fomentato dai social network, che amplificano il bisogno di apparire bene agli occhi altrui e il timore del giudizio. Ma non solo, anche la stampa ci mette del suo. Si, perché se da un lato abbiamo articoli di giornali che raccontano le tragedie di giovani suicidi, dall’altro abbiamo le stesse testate giornalistiche che esaltano una laurea a pieni voti raggiunta precocemente tralasciando tutti i punti oscuri della vicenda, esaltando ancor di più quel modello distorto e insano di perfezionismo e prestazione a tutti i costi.
Ma al di là dell’ambito scolastico o lavorativo, la sensazione di non essere all’altezza può riguardare tanti aspetti: l’intelligenza, la sessualità, la presenza estetica…e potrei fare un elenco senza fine.
L’insicurezza nasce da un dubbio nei confronti di sè stessi. Il senso di inadeguatezza è la sensazione di non andare bene, essere incapaci o fuori luogo. Il non sentirsi all’altezza porta con sé un senso di fallimento. Pensate quindi quanto può essere il carico emotivo per una persona insicura, per una persona che si sente inadeguata.
Inevitabilmente poi la psiche mette in atto delle dinamiche che determinano dei circoli viziosi.
Una molto frequente è quella del “sottovalutare-sopravvalutare”, ad esempio, sottovalutare sé stessi e sopravvalutare gli altri. Questo significa anche dare molta importanza alle critiche, creare continui confronti da quali, guarda caso, si esce sempre perdenti.
Riguardo l’agire, poi possono essere messi in atto dei comportamenti che danno alla persona la sensazione di proteggersi, in realtà sono distruttivi.
- Evitamento. È una tipica reazione alla paura. Ho paura di qualcosa? Lo evito! L’insicurezza in sé stessi porta ad evitare situazioni, e l’evitamento alla lunga conduce a sentirsi sempre più insicuri e sempre più inadeguati. Evitando, è come se si confermasse a sé stessi di non essere in grado di affrontare qualcosa.
- Chiedere eccessivamente aiuto. L’insicurezza porta ad appoggiarsi agli altri, o meglio, a qualcuno di fiducia, in una sorta di delega continua. Perché questo alla lunga può risultare dannoso? Perché l’aiuto continuo non permette alla persona di confrontarsi con le situazioni e di sviluppare la propria autonomia. L’aiuto infatti comunica due messaggi: “ti voglio bene, quindi ti aiuto”, “lo faccio al posto tuo perché tu non sei in grado”
- Proteggersi preventivamente. Questo è vero sopratutto nelle relazioni. Infatti la persona insicura tende a non fidarsi degli altri, rimane quindi sulla difensiva. Guardinga. Tutto ciò innesca un processo disfunzionale di sfiducia reciproca, dando la sensazione di vivere in un mondo popolato da nemici







