Litigio costruttivo
Alcuni studi hanno dimostrato che, in media, una coppia discute circa 7 volte al giorno. Il litigio nella coppia non è da considerare elemento negativo, non è nemmeno segnale di problemi, anzi, si può dire che sia fattore positivo in quanto opportunità di confronto.
Il litigio nella coppia è anche sintomo di libertà. Molto spesso infatti nelle prime fasi della storia, si cerca di essere i “partner perfetti” a scapito dell’essere se stessi. Attenzione, non c’è nulla di male in questo, fa tutto parte di quel bellissimo periodo chiamato innamoramento, durante il quale ognuno “da il meglio di sé” talvolta annullando anche le differenze dall’altro/a per paura che possano minare il rapporto. Le diversità tra i partner invece sono qualcosa di assolutamente normale, che anzi, vanno salvaguardate in quanto permettono di non far perdere alle parti il proprio sé.

La ricerca di un confronto con una persona (tendenzialmente per migliorare il rapporto) è indice di importanza del rapporto stesso…e del partner.
Il conflitto infatti è un investimento emotivo. Il conflitto indica che nella coppia c’è ancora vita, passione ed il desiderio di stare insieme…bene. Può quindi rivelarsi un “collante” e può rafforzare la relazione. Assodato che, i litigi sono qualcosa di ineliminabile, ed anzi, necessari per la coppia, e che qualsiasi buona relazione non è esente da contrasti, come renderli costruttivi e non distruttivi?
Occorre imparare a “litigare bene”, altrimenti vi è il rischio che vengano a meno i vantaggi del conflitto. Quando la coppia conosce le buone regole del confronto è più probabile la sua longevità.
COMBATTERE PER IL BENE DELLA COPPIA (NON UNO CONTRO L’ALTRO)
Esistono alcuni semplici accorgimenti per “litigare bene” che possono rendere un dissidio propositivo:
Mai evitare i conflitti.
È la prima buona regola di un rapporto sano e maturo.
La coppia che evita il litigio per paura di creare dissapori, sta invece proprio alimentando ciò che vuole evitare.
Il “non detto” infatti rimane una stridente sinfonia di sottofondo nel rapporto, che infastidisce e talvolta erige muri emotivi e malcontenti.
Quindi, non aver paura di esprimere le tue emozioni, le tue idee, i tuoi pensieri. Non aver paura di mettere in luce al partner qualcosa che ti crea un disagio, sia che si tratti di elementi importanti che di banalità come il tubetto del dentifricio lasciato aperto, o la spazzatura non portata fuori. Ogni tematica va affrontata, non taciuta, altrimenti tenderà a ripresentarsi, talvolta anche in maniera più aggressiva di prima.
Focalizzati sui fatti.
Molto spesso si perde il focus dell’evento scatenante ed il litigio divaga diventando anche occasione per attaccare l’identità dell’altro/a. Un comportamento non determina necessariamente l’identità della persona, sono infatti elementi di livelli diversi. Il comportamento è relativo al “fare”, l’identità all’ “essere”…e quasi mai coincidono. Il partner che non rifà il letto la mattina dopo essersi alzato, non è svogliato, semplicemente, non ha rifatto il letto.
Non utilizzare la seconda persona singolare
Non iniziare mai le frasi con “tu”. L’altro/a infatti potrebbe sentirsi attaccata/a e mettersi in atteggiamento difensivo facendo terminare il conflitto senza una risoluzione effettiva.
Utilizza piuttosto la prima persona singolare (“io”) oppure il “noi”.
Ad esempio, anziché dire: “Sei stato maleducato nei miei confronti”, è più opportuno esprimersi con: “Mi sono sentita/i ferita/o dal tuo atteggiamento”.
Non escluderti dalle responsabilità
Ricorda che la coppia è formata da due elementi: tu ed il tuo partner. E come giustamente sostengono gli psicologi Gestaldisti: “Il tutto è più della somma delle singole parti”. Questo sta a significare che in un gruppo, ma in questo caso nella coppia, gli accadimenti, gli eventi, eccetera, sono determinati da dinamiche che si creano all’interno della relazione stessa, quindi, ogni parte è responsabile (in un qualche grado) di ciò che accade. In una coppia non esistono vittime e colpevoli, ma solo persone che concorrono a creare dinamiche relazionali con effetti e conseguenze. Elimina espressioni come: ”E’ tutta colpa tua”, “E’ tutta colpa mia”… ammesso che di colpe si possa parlare, sono di entrambi.
Rispetta i turni di parola
Durante le discussioni, in particolare quelle animate e “calde”, si finisce spesso per parlare uno sopra l’altro, esponendo le proprie ragioni senza porsi in ascolto dell’altro/a. Il risultato è che ognuno avrà parlato senza essere ascoltato e senza ascoltare, di conseguenza il conflitto non può trovare soluzione. Diversamente, rispettare i turni di parola, porsi in atteggiamento di ascolto empatico, fare domande di tanto in tanto per accertarsi di aver ben compreso ciò che l’altro/a espone, potrà condurre ad un chiarimento.
RICORDATI Ciò che sto per dirti può sembrare banale e scontato, ma è una verità: stare bene in coppia quando tutto va a gonfie vele, è molto semplice; la vera forza di un rapporto, emerge quando ci si ama e si è uniti anche nel momento in cui, le cose sono difficili e complicate, ecco perché è Saper lottare (insieme) per la coppia e non uno contro l’altra, è importante per conferire alla relazione questa forza e robustezza.Ricorda…i problemi sono qualcosa da combattere insieme e non qualcosa che faccia combattere l’uno contro l’altra.
Mestiere, carriera o vocazione?
Hai un mestiere, una carriera o una vocazione? Prima che tu possa rispondere a questa domanda vorrei raccontarti la parabola dei “tre muratori”, così ti sarà anche più facile comprendere cosa intendo.
Siamo in epoca Medievale, tre muratori stanno lavorando sodo per costruire un edificio, ad un certo punto un passante incuriosito chiese ai tre: “Cosa state facendo?”Il primo muratore, stanco, infastidito ed accaldato rispose: “Sto costruendo un muro”. Il secondo muratore, sospirando rispose: “Sto costruendo una cattedrale”. Il terzo muratore, nonostante il caldo, la fatica ed il sole cocente, rispose col sorriso: “Io sto costruendo la casa di Dio, dove sarà glorificato nei secoli a venire”.

In tutto questo la religione non centra nulla, ma questa storia è utile per capire come diverse persone possono approcciarsi e vivere in modi totalmente differenti una stessa attività o uno stesso evento.
La differenza sta proprio nella diversa interpretazione che ogni persona attribuisce a ciò che fa e ciò che vive. Per spiegare meglio cosa che intendo dire, torniamo ai nostri tre muratori.Il primo ha un mestiere, il secondo una carriera, il terzo una vocazione. Stanno facendo esattamente la stessa identica cosa, ma lo spirito con cui la affrontano è totalmente differente.
Ognuno di noi vive un’esperienza soggettiva che può condurlo ad identificarsi in uno di questi tre muratori.
C’è chi considera il proprio lavoro come una necessità, come qualcosa che gli assicura uno stipendio mensile col quale poter vivere. In questo caso si parla di mestiere.
Chi invece aspira a far carriera, e quindi considererà il lavoro come un’attività che può condurlo a sempre più in alto facendolo emergere e dandogli l’opportunità di ricevere soddisfazioni lavorative. Si parla quindi di una visione improntata alla carriera. Infine, esiste una minoranza di persone (purtroppo), che vive la propria professione come una missione. In questo caso la persona investe il lavoro di valori nei quali crede fermamente. Si parla di quindi di vocazione.
Bada bene, non c’è nulla di sbagliato nel non avere altre ambizioni se non quella di guadagnarsi da vivere onestamente svolgendo un mestiere che può o meno piacere; chi però è così privilegiato da vivere il proprio lavoro come una vocazione, sarà sicuramente una persona più appagata e soddisfatta. Una persona che saprà godere dei propri successi per l’arricchimento intrinseco, personale e umano che potrà averne. Sarà una persona che riuscirà ad annullare le difficoltà di alcuni momenti lavorativi, grazie al suo approccio vocativo. La vocazione non è qualcosa di intrinseco ad alcune professioni, infatti, al contrario di quanto si possa pensare qualunque lavoro può diventare una vocazione. Tutto sta nel modo in cui lo si vive e non nel tipo di lavoro specifico che si sta facendo. La vocazione non è qualcosa di magico, e non arriva dall’esterno. La vocazione la si può trovare dentro se stessi. Come? Aldilà della professione che tu stia svolgendo, esaminandola nel profondo potrai trovare un modo grazie al quale tu possa entrare in contatto con scopi superiori carichi di valori profondi. Per farlo devi provare a capire come far rientrare la tua attività in un contesto più ampio. La domanda che devi porti è: “Come può la mia attività riuscire a far si che possa esprimere i miei valori più profondi?”
Ritagliati del tempo per riflettere sull’utilità sociale del tuo lavoro, cerca di capire come renderlo coerente coi tuoi valori. Va alla ricerca di modelli di persone che possano ispirarti in questo. Nel lavoro, ma nella vita in generale, occorre imparare a coltivare un senso di scopo.
“Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neanche un giorno della tua vita” – Confucio
L'effetto paradosso dei divieti alimentari
Viviamo in una società che continuamente veicola messaggi e consigli su cosa mangiare, quali sono i “cibi buoni” e quali invece quelli “cattivi”. Le riviste e i programmi tv abbondano di “diete del momento”.
Anche se volontariamente si sceglie di non porvi attenzione, informazioni così persistenti, rimangono comunque latenti a livello inconscio, determinando in un qualche modo le nostre scelte alimentari.

“Bisogna bere almeno 2 litri di acqua al giorno”, “Mangiare 5 porzioni di frutta al giorno è importante”, “I dolci sono assolutamente da evitare, sono nemici della linea”.
Com’è possibile notare, questi pseudo-consigli, sono in realtà regole, fatte di numeri, imposizioni e critiche. Molte di queste infatti, fanno leva sul tema dell’aspetto fisico, ed hanno grande potere vista la grande importanza che oggi ha per chiunque l’immagine corporea.
Tutto questo si traduce in un rapporto conflittuale col cibo, che non viene più visto come qualcosa di piacevole, ma quanto più un nemico, perché capace di mettere a repentaglio la forma fisica. Non ci può essere totale benessere se il rapporto col cibo non è sano e gioioso, infatti, un comportamento alimentare alterato ciò implica nella maggior parte dei casi:
Restrizione alimentare.
Con questo termine non s’intende solamente la scelta di adottare una dieta ipocalorica, quanto più un approccio all’alimentazione che comporta ansia, controllo continuo dello stimolo della fame e preoccupazioni continue circa l’alimentazione.
Portano alla classificazione del cibo in due macrocategorie: “buono” o “cattivo”. Questa generalizzazione determina l’eliminazione totale di alcuni alimenti, generalmente dolci, cibi ad alto contenuto di grassi…insomma, quelli ritenuti “cattivi”.
I PARADOSSI DELLA RESTRIZIONE ALIMENTARE E DELLE OSSESSIONI
La restrizione alimentare determina un continuo controllo su quello che è lo stimolo della fame. Perpetrando questo comportamento, la persona non sarà più in grado di comprendere e gestire i segnali corporei, ovvero, non riuscirà più a distinguere tra fame vera e sazietà. Ciò si traduce in un circolo vizioso di alternanza tra dieta ferrea e abbuffate. Il paradosso: aumento di peso nonostante la restrizione alimentare, con conseguenti sentimenti di colpa ed emozioni negative. Altro aspetto della restrizione alimentare sono le preoccupazioni continue legate all’alimentazione. L’ansia diviene così sinfonia di accompagnamento durante l’arco della giornata. Inoltre, non sono rari gli evitamenti di situazioni di vita sociale, pur evitare il rischio di un ipotetico sgarro al proprio piano alimentare. Questo può determinare solitudine. Ricordiamo che ansia e solitudine rappresentano stati emotivi alterati che a loro volta possono condurre alla “fame emotiva”. Il paradosso: la fame emotiva induce all’utilizzo (spesso incontrollato), del cibo come elemento confortante, con funzione di anestetico per le emozioni negative e l’ansia. Si è così portati a mangiare nonostante l’assenza di fame, e una conseguente sensazione di colpa per averlo fatto. Le ossessioni alimentari, classificando il cibo in due classi “cibi buoni” e “cibi cattivi”, mettono inevitabilmente il divieto assoluto su questi ultimi.- “Non devo mangiare la pizza, è troppo calorica”- “Devo assolutamente evitare i dolci, fanno ingrassare ”Questo si traduce in un pensiero fisso e ossessivo proprio sui cibi vietati. Il nostro cervello ha un carattere ribelle e difficilmente accetta i divieti. Vuoi una prova? Facciamo un esperimento. “Non devo pensare ai pasticcini”. Ripeti questa frase mentalmente con gli occhi chiusi. Dopo qualche secondo riaprili. Cos’è successo in quei pochi secondi? Sicuramente la tua mente sarà stata invasa da immagini di pasticcini di ogni genere, forma e dimensione. Il paradosso: ciò che ci si vieta è anche ciò a cui si pensa più intensamente…e si finirà per cedere a questi pensieri ossessivi.
CONSIGLI UTILI E…PRATICI.
Sforzarsi di “ingannare” la propria mente ed il proprio corpo, risulterà sempre fallimentare, perché essi avranno sempre la meglio.Il segreto? Ascoltare i segnali che il corpo invia. Il nostro organismo, segue un principio di omeostasi grazie ad alcune strutture cerebrali come l’ipotalamo (centro della fame e della sazietà). Il tuo corpo sa sempre di cosa hai bisogno in quel preciso momento…se hai fame, sete, se sei a corto di zuccheri o se al contrario sono in eccesso. Occorre solo imparare ad ascoltarlo. Ricorda inoltre che non esistono “cibi buoni” e “cibi cattivi”, la miglior risposta è equilibrio. Ovvero, mangiare ogni tipo di alimento nelle giuste quantità e secondo le richieste del proprio corpo. Così facendo sarà possibile migliorare il proprio rapporto col cibo, ma in generale la qualità della propria vita.
Il training autogeno e le tecniche di rilassamento
Così come anche intuibile dal nome, le tecniche di rilassamento, si impiegano principalmente al fine di regolare stati ansiosi e per la gestione dello stress.
L’obiettivo è infatti quello di alleviare la tensione e ristabilire l’equilibrio psicofisiologico. Non solo, ci si può servire di esse per incrementare calma e concentrazione. Per questi motivi trovano ampio spazio di utilizzo anche nell’ambito sportivo.

Le tecniche di rilassamento iniziarono a prendere piede in occidente solo quando l’idea della connessione mente-corpo cominciò ad essere fatto accettato e provato.
Al principio furono medici e psicologi che si occuparono di studiare e diffondere queste tecniche come per esempio Shultz (training autogeno), Jacobson (rilassamento progressivo muscolare). Essi infatti bene conoscevano come gli effetti di una condizione psicologica (ad esempio ansia) potessero manifestarsi sul corpo, e viceversa. Ma ora, passiamo ad elencare quelle più utilizzate e che trovano ampio raggio di utilizzo.
IL RILASSAMENTO PROGRESSIVO MUSCOLARE DI JACOBSON
La finalità è quella di indurre uno stato di rilassamento attraverso il coinvolgimento attivo della persona.Attraverso l’alternanza di contrazione volontaria e decontrazione muscolare, delle varie parti del corpo (braccia, gambe, spalle ecc), la persona riesce a mettere a confronto le due situazioni, scindendo così le sensazioni provate al momento della contrazione (tensione) e quelle durante la fase di decontrazione (rilassamento).
Generalmente la posizione supina è quella prediletta, ma in caso di impossibilità vanno comunque bene quella seduta o del cocchiere. Dopo aver provato diverse volte la tecnica, la persona sarà in grado di cogliere i segnali di tensione che il corpo invia, e rilassare così la parte interessata.
IL RILASSAMENTO FRAZIONATO DI VOGT
Mira al rilassamento progressivo del corpo facilitando il processo di attenzione della persona sui singoli distretti corporei. Con questa tecnica vengono interessati l’apparato muscolare, cardiovascolare ed il sistema respiratorio. È in grado di favorire la visualizzazione di immagini. Nella tecnica originale, Vogt ripercorre i vari distretti del corpo con un percorso “circolare”, dalla parte posteriore a quella anteriore, come in un abbraccio. Anche in questo caso, la posizione supina è quella prediletta, ma in caso di impossibilità è possibile effettuarla in posizione seduta o del cocchiere. Questa è una tecnica molto utile per indurre uno stato di rilassamento guidato, creando un percorso insieme alla persona, facendo in modo che possa padroneggiare la tecnica anche in assenza del conduttore.
IL RILASSAMENTO BODY SCAN
La sua funzione è quella di stimolare la consapevolezza del corpo, attraverso un’attenzione della persona sui singoli distretti corporei. È molto importante dire che questa tecnica è applicata con scopo di cura all’interno del protocollo Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) di Jon Kabat-Zinn ai fini di una riduzione dello stress che deriva dalla consapevolezza. Ma non solo, si rivela molto utile nella riduzione del dolore e per migliorare il benessere delle persone affette da varie patologie organiche. Come le altre due tecniche precedentemente descritte, la posizione supina è quella da preferire, ma se non fosse possibile vanno comunque bene quella seduta o del cocchiere.
IL TRAINING AUTOGENO
Training Autogeno, letteralmente ci si riferisce all’allenamento (training) che si genera da sé (autogeno). Questa tecnica è in grado di produrre un cambiamento su tre livelli:
Fisiologico: equilibrio del Sistema Nervoso Vegetativo e del Sistema Endocrino (connessi agli stati emotivi).
Organico: è in grado di migliorare lo stato di salute in generale.
Psicologico: consente di ottenere uno stato di benessere psicologico grazie alla ristrutturazione dei vissuti negativi.
Gli effetti del training autogeno si traducono quindi in un equilibrio psicofisico e un generale benessere; inoltre, miglior gestione degli stati ansiosi, anche a fronte a situazioni emotive negative (stressanti), potenziamento delle prestazioni in diverse attività siano essi sportive, lavorative, scolastiche o artistiche; grazie ad un aumento di concentrazione e memoria.
Inoltre, controllo del dolore cronico e dei disturbi psicosomatici in generale (ad esempio, malattie della pelle, ulcera gastrica ecc). Si rivela anche molto utile nel combattere l’insonnia.
Qual’è quella più adatta a me?
Come è stato possibile vedere, ogni tecnica è adatta ad una situazione peculiare, ognuna trova la sua ragion d’essere in casi differenti. Il comune denominatore tra loro è lo stato di benessere e rilassamento raggiungibile con la loro applicazione. Il Training Autogeno è la tecnica che leggermente si discosta dalle altre, in quanto, oltre a offrire buoni risultati in termini di rilassamento, in taluni ambiti (ad esempio nello sport) viene utilizzata ai fini di un miglioramento della performance grazie alla sua capacità di attivazione della concentrazione ed dell’attenzione.
Rilassati, raccogliti, allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto – Italo Calvino
Ottimisti si nasce...e si diventa!
Partiamo dalla domanda: meglio essere pessimisti o ottimisti?
Diverse ricerche evidenziano una pluralità di benefici nell’essere ottimisti. Primo di tutti, una prospettiva di vita più lunga rispetto ai pessimisti. Questo perché l’ottimismo influenza positivamente il sistema immunitario, rinforzandolo aumentandone i leucociti (globuli bianchi). In seconda battuta, gli studi hanno messo in luce che gli ottimisti riescono ad ottenere maggior successo in diversi ambiti della vita; per esempio hanno relazioni interpersonali più positive, un lavoro più soddisfacente, e come quanto detto precedentemente, una salute migliore.

Il maggior successo delle persone ottimiste non è dato dalla fortuna, ma dal modo in cui valutano la realtà e di conseguenza agiscono.
Quindi…come fare per diventare ottimisti se non lo si è? La Prof.ssa Sonja Lyubomirsky nei suoi studi ha scoperto che l’ottimismo è solo per il 50% determinato da fattori genetici, per il restante, da apprendimenti.
Se lo si può apprendere…lo si può modificare.
Come sostiene Martin Selligman, pioniere della psicologia positiva (ambito che si occupa di aumentare il benessere personale), per cambiare la vita occorre cambiare il pensiero. Tradotto, per diventare ottimista, devi cambiare i il modo in cui interpreti gli eventi. Psicologicamente parlando, l’interpretazione degli eventi è “Lo stile di attribuzione”.
L’ottimismo determina il modo in cui ci si spiegano successi ed insuccessi della vita, ma è altresì vero il contrario. Ottimismo e stile di attribuzione sono quindi uniti in una relazione bidirezionale.Secondo Selligman, ci sono tre parametri secondo i quali viene definito e misurato lo stile di attribuzione:
Personalizzazione: la tendenza ad attribuire un determinato esito o un determinato evento a cause imputabili a se stessi, oppure a cause esterne (agli altri e/o al fato). In questo caso si parla anche di “Locus of control” interno o esterno.
Permanenza: riguarda la stima temporale delle cause di un determinato evento, che possono essere permanenti (stabili e tendenzialmente non modificabili) o temporanee (relegabili ad una circostanza precisa e quindi, modificabili).
Pervasività: valutazione di un evento attribuendo le cause ad aspetti riguardanti la persona nella sua totalità (se stessi come individuo) o ad alcuni aspetti specifici del proprio se (caratteristiche di se stessi delimitate e specifiche).
Tra questi, la permanenza è il parametro più importante. Infatti, per esempio, se nel caso di un fallimento, le cause vengono valutate come permanenti, sarà difficile che vengano attuati dei comportamenti volti al cambiamento. Questo succede perché la persona sente di non poter avere il controllo della situazione e di non poter agire in alcun modo. Seligman identifica come ‘ottimiste’ quelle persone che attribuiscono gli eventi positivi:
a proprie caratteristiche → permanenti e durevoli → che riguardano la persona nella sua totalità.
Facciamo un esempio. Situazione: Vittoria ad una partita di tennis. L’ottimista spiegherà l’evento in questo modo: “Ho vinto la partita di tennis perché sono bravo e riesco sempre bene in ciò che decido di fare”. Il pensiero positivo si può costruire…allora, come fare per diventare persone ottimiste? Esisterebbero alcune indicazioni che nel corso degli anni, gli “studiosi dell’ottimismo” hanno indicato come buone regole per imparare ad avere una visione ottimistica. Le elencherò qui di seguito, prendine nota.
- Impara a trovare “il lato positivo” ogni giorno di almeno una cosa. Prova ad esercitarti quotidianamente, in modo da farlo diventare un comportamento automatico , abituale. Ricordi? Non è tanto ciò succede a fare la differenza, ma il modo in cui lo interpreti.
- Evita di pensare e ripensare troppo a qualcosa che non è andato secondo le tue aspettative.
- Evita il confronto con gli altri.
- Dedica più tempo alle attività che ti piacciono e alle relazioni interpersonali.
- Impegnati il più possibile per ottener i tuoi obiettivi.
- Si perché il raggiungerli infonde ottimismo, ma anche autostima e valutazione positiva delle proprie capacità (senso di autoefficacia).
- Impara a non dare troppa importanza agli eventi negativi. Lascia correre.
- Prenditi cura di te…del tuo corpo, del tuo aspetto, della tua mente.
Attenzione…Non è sempre positivo essere ottimisti. Secondo Martin Seligman è si utile essere ottimisti, ma nella giusta dose. È vero che il pessimismo può indurre a stati depressivi,è altresì vero che influenza negativamente lo stato di salute…ma avrebbe anche un ruolo adattivo. Cioè quello di farci “essere ragionevoli” valutando in maniera accurata e realistica gli eventi, correggendo così il possibile comportamento errato che si rischia di attuare con un eccessivo ottimismo.Ha quindi una funzione positiva: quella di moderatore.Selligman ritiene che il giusto ottimismo sia quello moderato. Quel tipo di ottimismo che si trova al centro del continum “Ottimismo ottuso” e “Pessimismo”.L’ ”Ottimismo ottuso” conosciuto anche come “Effetto Pollyanna”, è una modalità non realistica di valutazione della realtà, percependo e ricordando in maniera selettiva gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando sistematicamente quelli negativi o problematici. L’esito è quello di comportarsi come se si stesse vivendo nel “Paradiso terrestre”.
Sia ottimisti che pessimisti contribuiscono alla nostra società. L’ottimista inventa l’aereo e il pessimista il paracadute. — Gil Stern
Alimentazione e critico interiore: mangia e non ascoltarlo!
Quante volte vi sarà capitato di dover prendere una decisione e avere l’impressione di sentire della voci nella vostra mente che vi indirizzavano verso l’una o l’altra scelta, come fossero “grilli parlanti”. Si finisce sempre (o quasi), col seguire quella che sembrava offrire argomentazioni più sensate e valide.
Alla maggior parte delle persone tutto ciò accade quotidianamente in relazione al cibo. Mangio un frutto o un biscotto? Mangiare la pizza stasera insieme agli amici, mi farà ingrassare?… e subito le “vocine” iniziano a rispondere in maniera contrastante.

Quando la nostra mente è piena di pensieri ed emozioni discordanti, è difficile fare qualunque cosa in maniera consapevole ed efficace, ma soprattutto, senza un continuo rimuginio successivo.
È un po’ come cercare di guidare un autobus, quando tutti i passeggeri cercano di stiparsi nel sedile del conducente volendo decidere dove andare. Tutto questo può tradursi in un rapporto conflittuale con il cibo ed innescare di conseguenza una spirale di emozioni negative. Si può arrivare ad odiare il proprio corpo, ad evitare occasioni di vita sociale per non trovarsi nella condizione di dover mangiare quelli considerati “cibi cattivi”.
E allora, cosa si può fare per combattere questi sentimenti negativi?
Sicuramente il primo passo, è essere consapevoli del continuo lavoro sentenziante delle tre “vocine interiori”. Una volta interiorizzato questo, il secondo obiettivo è quello di ascoltarle senza dar alle loro affermazioni eccessiva importanza. Lo so, può sembrare tutto molto surreale ma vi assicuro che non è così. Proseguite nella lettura e capirete meglio perché. Innanzitutto, quante e quali sono queste “vocine interiori”? Sono tre, diamogli un nome.
IL PERFEZIONISTA INTERIORE
Si occupa di cercare esempi di perfezione (ricordatevi che questa non esiste), in modo da dirci a cosa dobbiamo aspirare. Per esempio, se aspiriamo ad essere più compassionevoli, ci offrirà come modello il Dalai Lama, se aspiriamo all’intelligenza, Albert Einstein, se aspiriamo alla bellezza, la modella o il modello delle foto (molto spesso, sapientemente editate) del giornale di moda.
L’ISTIGATORE INTERIORE
Viene in aiuto del “perfezionista” dicendoci cosa fare per raggiungere il livello di perfezione prescelto ed inoltre ci spinge a farlo. Tende a fare una lista di “cose da fare” per raggiungere l’obiettivo, ed anche se ci si attiene ad essa, non sarà mai soddisfatto.
In vista del raggiungimento dell’intelligenza perfetta potrebbe spingerci ad iscriverci a un Master, leggere un’intera enciclopedia ecc. Se l’ideale di perfezione è quello estetico potrebbe spingerci ad aderire un regime di dieta ferrea e allenamenti sovrumani.
IL CRITICO INTERIORE
Il suo lavoro è quello di criticare. Qualunque cosa accada, lui sarà li, pronto a criticare.
Non sarà mai soddisfatto perché noi, in quanto esseri umani, saremo sempre imperfetti ed incapaci di raggiungere gli standard fissati dal “perfezionista interiore”.
Non ci paragona mai a persone reali, ma a persone immaginarie, che sono frutto dei nostri pensieri (in collaborazione ai media). “Dovresti” e “non dovresti” sono le parole che maggiormente utilizza. Comunica dettando regole.
Dopo averle elencate e conosciute, focalizziamoci sulla terza vocina, “il critico interiore”. Applichiamo il suo operato all’alimentazione. Probabilmente quello che dirà più spesso sarà:- ”Dovresti mangiare meno”- ”Non dovresti essere troppo rigido nella tua alimentazione”- “Dovresti mangiare più proteine animali”- ”No dovresti mangiare così tanta carne”Ricordatevi, critica tutto e il contrario di tutto. La coerenza è dote che al “critico interiore” non serve. Ascoltarlo porterà ad una continua lotta su come comportarsi nei confronti del cibo, cosa mangiare, quando e come. In fondo non si potrà mai essere soddisfatti di cosa si fa e di quanto e cosa si mangia. Qualunque soluzione non sarà mai quella corretta. È da qui che può nascere una cattiva relazione col cibo.Quando questo trio, il perfezionista, l’istigatore e il critico hanno il potere di governare non solo l’aspetto alimentare, ma molti aspetti della vita, ne consegue il loro potere di distruggerla.Come evitare questo?La risposta è consapevolezza. Si perché le tre “vocine” non si possono eliminare, però possono essere gestite proprio conoscendone la funzione.Consapevoli di come operano e perché, è possibile ascoltarle senza però farci influenzare e cadere nella loro trappola quando, i consigli che ci danno non sono buoni. Per esempio: se avete voglia di mangiare una pizza insieme agli amici, fatelo!Fatelo senza porvi troppe domande su quanto sia giusto o meno. Fatelo essendo consapevoli che molto probabilmente non è nelle linee guida del nostro ”istigatore interiore” in quanto stilate in linea con l’obiettivo di forma fisica perfetta dettata dal nostro “perfezionista interiore”. Fatelo sapendo che sarete criticati dal vostro “critico interiore” (perché non dovresti mangiare la pizza, è ipercalorica). Ma ricordatevi che vi criticherà anche se non lo farete (“non dovresti avere regole così rigide riguardo l’alimentazione”). Le tre “vocine interiori” però non sono nostre nemiche. Esse hanno anche una funzione positiva. Se non avessimo un “perfezionista interiore” non saremmo ispirati dalle gesta di altre persone e non adotteremmo comportamenti positivi. Se non avessimo un “istigatore interiore” saremmo inattivi e passivi, senza qualcosa da fare. Senza il “critico interiore” non individueremmo le nostre carenze e non capiremmo dove possiamo migliorare. Conoscendo gli aspetti positivi e negativi, acquisiamo anche il potere di decidere quando ascoltarle e quando no. Ecco perché l’importanza della consapevolezza. Grazie ad essa puoi agire nel modo migliore. Perché ricorda…l’unica cosa su cui hai controllo è il modo di agire. La conoscenza porta alla consapevolezza, la consapevolezza alla libertà.
Fame di adrenalina
Quante volte vi sarà capitato di pensare di un pilota di moto, un paracadutista, un alpinista…ma perché lo fa? Qual’è la motivazione che lo spinge a rischiare la vita?
Nella maggior parte dei casi, la risposta è: sono High Sensation Seeker… persone a caccia di emozioni nuove ed intense. Persone disposte a correre rischi anche solo per un minuto di scarica di adrenalina.

Ricerche dimostrano che queste, sono persone con una bassa tolleranza alla noia e per questo sentono fortemente la necessità di dedicarsi ad attività adrenaliniche.
In realtà, oltre a questo, c’è molto altro. La propensione al rischio, unita ad altri aspetti della persona formerebbero un corollario di caratteristiche tali da potersi configurare in un vero e proprio “tipo di personalità”. Dopo aver studiato questi individui per oltre 20 anni, Marvin Zuckerman sviluppò nel 1960 una scala di misura di questa stessa personalità che chiamò Sensation Seeking Scale (è possibile fare il test gratuitamente online a: https://discovermyprofile.com/sensation/introduction.html ). Alla luce dei risultati dei suoi studi, lo stesso autore ipotizzò che, ciò che contraddistingue questi soggetti, è l’esistenza di standard individuali elevati, circa il livello di eccitazione ottimale del sistema nervoso.
Persone con queste caratteristiche sono più spesso alla ricerca di sensazioni ed emozioni forti proprio per alimentare questo standard, rispetto a quanto non accada a soggetti la cui eccitazione ottimale, può essere ottenuta con un corredo emotivo inferiore.
Esisterebbero tre componenti che incentiverebbero la predisposizione ad attività rischiose, e che sarebbero in parte responsabili della “Personalità High Sensation Seeker”:
TEMATICA DI BASE DELLA RIUSCITA: si parla di casi in cui l’incolumità fisica o la vita stessa – dipendono dalle proprie abilità. Successo e insuccesso hanno conseguenze di vitale importanza. In questi casi, la propria capacità di riuscita è fondamentale.
SENSATION SEEKING: Ci si riferisce alla valutazione della minaccia che produce il cosiddetto “brivido”. Dipende dalla stima che il soggetto compie delle proprie capacità di controllare gli eventi.
COMPONENTE VESTIBOLARE (“PARADIGMA DELLE MONTAGNE RUSSE”): quella sensazione di “vertigine” che si esperisce quando il corpo viene posto in determinati stati dí movimento: «la caduta o il lancio nello spazio, la rotazione vertiginosa, gli scivoloni, la velocità, l’accelerazione in un movimento lineare oppure la sua combinazione con un movimento rotatorio» (Caillois 1958, 33).
“In fondo, tutte le persone hanno un bisogno innato di esaltazione ed euforia, e in un modo o nell’altro riusciranno a soddisfarlo”. – G. Santonocito
BIBLIOGRAFIA:
Caillois, R., (1958). Man, Play and Games. Published by Librairie Gallimard.
Zuckerman, M., (1994). Behavioral expressions and biosocial bases of sensation seeking. New York, NY: Cambridge University Press.
Zuckerman, M., (1984). Sensation seeking: a comparative approach to a human trait. Behavioural and Brain Sciences, 7, 413-471.
Zuckerman, M., (1979). Sensation seeking. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum.
Zuckerman, M., (1971). Dimensions of sensation seeking. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 36(1), 45-52.
SITOGRAFIA:
https://www.stateofmind.it/2014/10/sensation-seeking-rischio/






